Archive for the ‘Radical Feminism’ Category

collettiva_femminista presenta Chiara Sfregola autrice di “Camera single”

31 agosto 2016

Sassari – Palazzo Ducale, Piazza del Comune, 1. Venerdì 16  settembre 2016, ore 18:00

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Amore e amicizia, sesso e politica, religione e femminismo fanno di Camera Single un romanzo generazionale che affronta il tanto chiacchierato tema dell’omosessualità con la naturalezza e la spontaneità di chi la vive senza pregiudizi.

Camera Single nasce nel Settembre del 2014 come rubrica settimanale sul sito Lezpop.it. L’idea è di Chiara Sfregola, pugliese, classe 1987. Quella su Lezpop.it è, in puro stile Sex & The city, una “rubrica serie” cioè una raccolta di racconti sulla vita di un gruppo di amiche lesbiche. Camera Single- il romanzo vede Linda, una ventisettenne come tante, alle prese con la fine della relazione con quella che credeva essere la donna della sua vita, Margherita.
Per rimettersi in sesto, Linda mette in atto la “fisioterapia del cuore”: un mix di dubbi esistenziali, Gin tonic e donne sbagliate, sullo sfondo di una Roma che va dal Pigneto al Colosseo, dai panorami classici dei Fori Imperiali alle prospettive metropolitane della Tangenziale Est. Il vero amore di una ragazza moderna, però, lesbica o meno, sono le sue amiche, e accanto a Linda ci sono le “Lelle ignoranti”, la sua famiglia adottiva, ragazze vere alle prese a loro volta con i dilemmi dei trent’anni: fare un figlio con la propria compagna o fidanzarsi con una ventenne, uscire con cento ragazze o rimettersi con la stessa per la centesima volta. E se in “Girls” si prova a crescere un errore alla volta, le ragazze di “Camera single” cercano l’amore, una donna alla volta.
Questa rocambolesca ricerca di sé, unitamente alla narrazione scorrevole, divertente e soprattutto ironica, fa sì che Camera Single sia il primo romanzo italiano che affronta in chiave ironica la vita sentimentale di una ragazza che cerca l’amore nella sua stessa metà del cielo. Senza prendersi mai troppo sul serio.

Alla ricerca dell’amore. Una donna alla volta.

Primo principio della lesbodinamica: se una donna può essere impossibile, lo sarà.
Secondo principio della lesbodinamica: una lesbica non ha amiche, ha solo amanti latenti.

Chiara Sfregola è nata nel 1987 in provincia di Bari. Attualmente vive e lavora a Roma, dove si occupa di cinema e televisione. Dal 2015 lavora in Cattleya (“Gomorra”, “Romanzo criminale”) come editor per la televisione generalista (“Tutto può succedere”). Nel 2013, dopo aver scritto il soggetto di un film selezionato da Rai Cinema per lo sviluppo (“Oggi spose”) inizia a scrivere per il sito Lezpop.it la rubrica “Due camere e cucina” una serie di racconti sulla convivenza fra due ragazze. Nel settembre 2014 inizia a scrivere sempre su Lezpop la rubrica “Camera Single”, una serie di racconti sulla vita di un gruppo di amiche lesbiche che nel 2016 diventa un romanzo pubblicato da Leggereditore.

BOOKTRAILER:

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Proiezione del doc «Lina Magiacapre. Artista del femminismo»

12 giugno 2016

mangiacapre_fb-01Care e cari,

martedì 14 giugno alle 18, presso la Biblioteca comunale di Piazza Tola a Sassari, collettiva_femminista Sassari organizza un incontro pubblico con Nadia Pizzuti, scrittrice, giornalista e cineasta in occasione del suo nuovo documentario «Lina Magiacapre. Artista del femminismo».

Un’occasione preziosa per conoscere e ammirare la vita di una delle protagoniste del femminismo italiano degli anni Settanta che ha dedicato la sua vita al cinema, al teatro, alla filosofia e alla scrittura (per maggiori informazioni potete andare nel sito dedicato a Lina Mangiacapre e al gruppo delle Nemesiache: http://www.linamangiacapre.it/home_nemesiache.php)

Nadia Pizzuti (di cui potete leggere un’ampia biofilmografia qui: http://www.cinemadonne.it/?p=1374) negli anni ’90 ha diretto la sede dell’agenzia ANSA a Teheran,  prima corrispondente donna della stampa internazionale ad essere accreditata nell’Iran post-rivoluzionario. Il suo lavoro intorno ad alcune delle biografie femministe italiane più interessanti l’ha portata nel 2012 a progettare un film dedicato ad Angela Putino.

In dialogo con l’autrice: Lucia Cardone e Alessandra Pigliaru

*

In collaborazione con Chicca Pulina della Libreria Dessì-Mondadori di Sassari.

Speriamo di vedervi in tante e tanti.

Grazie e a martedì, un abbraccio da collettiva_femminista

Femministe al cinema: la mia avventura sono io!

10 luglio 2014

collettiva_femminista sassaricollettiva_femminista Sassari ha accolto l’invito di Giorgia Guarino e Sassari Cinema per presentare tre film al Sassari Estate 2014.
Si tratta di due documentari e un film di finzione che raccontano storie ed esperienze differenti e invitano ad interrogarsi su lotte e cambiamenti, movimenti e agire di donne che si dicono femministe. Il cinema è uno dei mezzi più immediati per raccontare ciò che viviamo e ciò che ci sta a cuore, ci piace pertanto pensare che è anche attraverso lo sguardo cinematografico che i nostri pensieri possono prendere corpo.

 

pussyriotapunkprayer Il primo film, sarà proiettato l’11 luglio 2014 al Cinema Moderno, V.le Umberto a Sassari ore 21:15 , sarà Pussy Riot. A Punk Prayer, GB/RUS 2013. 90 Min. I registi Maxim Pozdorovkin e Mike Lerner ci raccontano il processo a cui sono sottoposte le Pussy Riot a causa della loro preghiera punk: “Madre di Dio diventa una femminista e liberaci da Putin”, parole sconvolgenti in una società patriarcale russa dove è forte l’abbraccio mortale fra stato e chiesa. Le Pussy Riot scelgono di rivolgersi non a dio, ma ad un’altra donna: la Vergine Maria, invitandola a diventare femminista. Parole e gesti imperdonabili per la chiesa e per Putin, le ragazze si scontreranno con una reazione bruta e persecutoria, nonostante il rischio del carcere, non rinnegheranno la loro lotta. Perché, come ha detto Marija Alëchina, una delle Pussy Riot, durante un dibattito con Judith Butler e Rosi Braidotti: “Il femminismo come certe libertà non si eredita, ogni generazione deve combattere la sua battaglia per ottenerle”

 

Femen_PosterArtwork-718x1024Femen. L’Ucraina non è in vendita, AUS/UCR 2013, 78 Min. sarà sullo schermo il 18 luglio 2014 alla Scuola Media 2, C.so Regina Margherita, Sassari, ore 21:15. Diretto da Kitty Green il documentario racconta la genesi e le lotte del gruppo femminista ucraino che ha suscitato molte riflessioni anche tra le studiose e le filosofe femministe. Le Femen scelgono come forma di lotta l’esposizione del proprio corpo inerme per denunciare quella sessualità maschile che sfrutta la prostituzione a discapito delle donne. Le storie delle femministe di Kiev si dipanano guidate dallo sguardo attento della regista, sguardo femminile appunto, che restituisce l’esperienza e il pensiero di queste donne in lotta, restituendo una realtà di un paese che fa ancora i conti con un patriarcato repressivo e imperante.

 

We-Are-the-BestInfine per l’ultimo appuntamento, il 25 luglio 2014 alla Scuola Media 2, C.so Regina Margherita, Sassari, ore 21:15, sarà con la storia di tre adolescenti, We are the best! SVE/DAN 2013, 102 Min., per la regia di Lucas Moodysson, è la graphic novel di Coco, moglie del regista, che ha ispirato la sceneggiatura del film. Gli interrogativi delle tre protagoniste, quel dolore quasi primitivo che si fa ordine solo nella relazione di amicizia con le proprie simili, è il primo orientamento conosciuto. Il desiderio di sentirsi unite nella musica è, in questo caso, il modo per darsi forza reciprocamente e sapersi unite.

Sensibili guerriere. Sulla forza delle donne

27 febbraio 2013

collettiva_femminista

presenta

Federica Giardini e Monica Farnetti

che dialogano su

Sensibili guerriere. Sulla forza delle donne (Jacobelli, 2011)

Mercoledì 6 marzo 2013 – ore 20:00 – Vecchio Mulino di Via Frigaglia, 5 – Sassari

Guardate il video di presentazione con Federica Giardini

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Un tempo il senso comune attribuiva agli uomini forza e capacità di agire e alle donne debolezza e passività. Cosa è cambiato dopo trent’anni di femminismo? Cosa è passato nell’immaginario delle giovani donne di oggi? Quali dei tradizionali attributi della forza femminile – resistenza, grazia, misura – sono ancora verificabili? E soprattutto, è pensabile ed è vivibile un’esperienza della forza che non implichi necessariamente violenza, distruttività, aggressività? Il libro si interroga e risponde su un tema cruciale e urgente, che attraversa le vite femminili nell’ambito della filosofia, della letteratura, della politica e delle arti marziali e che prende figura in alcune rappresentazioni esemplari, dall’amazzone alla guerrigliera, dalla protagonista di Kill Bill a “sa accabadora”.

Federica Giardini insegna Filosofia politica all’Università di Roma Tre. E’ redattrice di “DWF” e del sito italiano della Associazione Internazionale delle Filosofe (IAPH). Fra le sue pubblicazioni “Relazioni” (Sossella 2004); “L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio” (Le Lettere 2011), e con Annarosa Buttarelli “Il pensiero dell’esperienza” (Baldini Castoldi & Dalai 2008).

Monica Farnetti insegna Letteratura italiana al Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università di Sassari ed è socia fondatrice della Società Italiana delle Letterate. Fra le sue pubblicazioni sulla scrittura delle donne “Il centro della cattedrale”, Tre Lune 2002, e “Tutte signore di mio gusto”, La Tartaruga 2008. E’ editrice delle opere di Cristina Campo, Anna Maria Ortese, Maria Savorgnan

A Sassari: cinema e pratica femminista

15 ottobre 2012

collettiva_femminista sassari invita a partecipare all’evento Una cinepresa tutta per sé. Esperienze di cinema delle donne in Italia. Sosteniamo questa iniziativa, promuovendo e curando la serata di proiezioni di cortometraggi (18 0ttobre h.21:30 al Vecchio Mulino), poiché crediamo che attività come questa siano vicine e sorelle rispetto alla pratica del femminismo. Già Carla Lonzi, pur individuando nell’accademia e in generale nella cultura il luogo della negazione delle donne, indicava nelle ricerche sulle donne del passato, sulle loro esistenze e sul loro “fare invisibile” una strada da percorrere e portare avanti. E ci viene in mente ancora Lonzi e i suoi progetti cinematografici – che purtroppo non ha mai potuto realizzare – legati in particolare al cinema di famiglia. Difatti quando il suo compagno Pietro Consagra le regala una cinepresa super8 Carla appunta nel Diario il suo desiderio di filmare i gesti invisibili – perché non veduti o screditati – delle donne:

Riguardo al mio progetto di filmare i gesti delle donne, vorrei filmare quelli che non diventano un prodotto, ma solo un accudire. Gesti nell’aria come quelli degli equilibristi, gesti fatti di aria. Su questi gesti senza seguito è costruita la nostra vita. Un uomo può dire “Ma insomma, cosa hai fatto per me? lo ti ho mantenuta e tu in casa a non fare niente, oppure quei lavoretti che tutte le donne fanno senza tante storie”. Gli unici atti della propria vita che non lasciano amarezza per quanto duri possano essere stati sono quelli voluti da se stessi e compiuti per se stessi. Tutti gli altri nascondono un inganno e col tempo trasudano frustrazione. Gli atti di cui mi assumo tutte le responsabilità sono prima quelli di critica d’arte e poi, in misura totale, quelli di femminista.

(Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta femminile, Milano, 1978, p.767)

Cinema e pratica femminista si intrecciano dunque nel Diario di Lonzi, pur in un’area marginale ed eccentrica rispetto al cuore pulsante dello scritto, così come sembrano intrecciarsi nel gruppo di ricerca dedicato alle esperienze del cinema delle donne. Per questo e per altri motivi, a partire dalla relazione personale e politica che ci lega alle studiose che hanno realizzato Una cinepresa tutta per sé, collettiva femminista ha scelto di sostenere e condividere questo progetto.

Programma e descrizione degli eventi 

mercoledì 17 ottobre, ore 15:

La prima giornata sarà dedicata alle “Pioniere del cinema”, con la proiezione del film, recentemente ritrovato e restaurato dalla Cineteca Nazionale, Umanità (1919) di Elvira Giallanella.

Ne parleranno, coordinate da Veronica Pravadelli (Università di Roma III): Micaela Veronesi (storica del cinema, Torino), Antonella Camarda (Università di Sassari), Michela De Giorgio (storica, Sassari), Giuseppina Fois (Università di Sassari), Chiara Tognolotti (Università di Firenze).

 

giovedì 18 ottobre, ore 10 / sessione pomeridiana 15:

La seconda giornata vedrà protagoniste due giovani registe italiane, Chiara Cremaschi e Chiara Malta. Le due sessioni di lavoro saranno dedicate una alle “Trame audiovisive”, indagando storie di donne che si intrecciano sugli schermi a partire dalle pagine di diari e scritti personali; e l’altra al “Film di famiglia”, riflettendo sia sulla sua forma originaria, sia sul riuso che alcune registe ne fanno nei loro lavori.

I film proiettati, dai quali scaturiranno le discussioni e le riflessioni, saranno nella sessione mattutina Indesiderabili (2010) di Chiara Cremaschi; e in quella pomeridiana J’attende une femme (2010) di Chiara Malta.

Il primo è un documentario che ripercorre, attraverso il diario di Teresa Noce, Rivoluzionaria Professionale (1974), l’esperienza vissuta da un gruppo di donne nel campo di lavoro di Rieucros, nel sud della Francia, durante la seconda guerra mondiale; il secondo è un film realizzato con brani tratti da pellicole di famiglia e tecniche di animazione, che compone una sorta di lettera audiovisiva scritta dalla madre alla figlia che sta per nascere.

Sui film, e sulle tematiche indagate, discuteranno nella prima sessione, coordinate da Sandra Lischi (Università di Pisa): Chiara Cremaschi (regista, Parigi), Mariagrazia Fanchi (Università Cattolica di Milano), Lucia Cardone (Università di Sassari), Deborah Toschi (Università di Pavia) e nella seconda sessione, coordinate da Mariagrazia Fanchi (Università Cattolica): Chiara Malta (regista, Parigi), Sara Filippelli (Università di Sassari), Karianne Fiorini (Associazione Home Movies, Bologna), Alice Cati (Università Cattolica di Milano), Sabina Silenu (archivista, Nuoro).

Le giornate si completano con un programma serale presso i locali del circolo Arci Il Vecchio Mulino (via Frigaglia 5), dove il 17 ottobre alle ore 21,30 sarà presentato il volume a cura di Lucia Cardone e Sara Filippelli ,Cinema e scritture femminili. Letterate italiane fra la pagina e lo schermo (Jacobelli, 2011). Le curatrici ne parleranno con Silvia Neonato (presidente della Società Italiana delle Letterate).

Sempre al Vecchio Mulino, il 18 ottobre alle ore 21,30 saranno di nuovo protagoniste le due registe, Cremaschi e Malta, con una selezione dei loro cortometraggi. Questa serata è a cura dell’associazione collettiva_femminista Sassari.

 

Quando la vittima è donna: cronache di sessismo e misoginia

14 ottobre 2012

Il caso di Orsola Serra, una insegnante assassinata da un uomo lo scorso anno ad Alghero, è stato affrontato da La Nuova Sardegna senza la cura e l’attenzione che fatti del genere richiedono, così alla testata turritana, dopo la pubblicazione di un pezzo che indulgeva sulla perizia di parte della difesa, è giunta ieri una gran messe di lettere di protesta inviate da cittadine e cittadini indignati e preoccupati. Fra le missive, il giornale pubblica oggi la lettera di Franca Puggioni  affiancata e chiosata da un commento che porta la firma del vice capo redattore del giornale. Il commento articola una lunga opinione sull’utilizzo delle immagini delle donne nei giornali: un uso – si scrive – diffuso e generale che certo non può esser messo in conto soltanto a La Nuova Sardegna, ma è un male comune della stampa nazionale. E inoltre, prosegue il giornalista, il clima da caserma che si respira in alcune redazioni non viene affatto contrastato dalle giornaliste donne. Al contrario, sostiene il vice capo redattore, spesso e volentieri sono proprio le donne per prime a usare e a praticare una certa idea maschilista. Ma chi (e quante) sono queste fantomatiche giornaliste che sarebbero addirittura peggiori e più ciniche (il misterioso “cinismo femminile”, come argutamente scrive) dei colleghi maschi? E perché il vice capo redattore prende parola al posto loro? Non si tratta di certo dell’autrice del pezzo incrimanato, la cui professionalità è riconosciuta e difesa dal vice capo redattore in persona. E allora chi sono queste feroci erinni da redazione che non solo tollererebbero, ma addirittura fomenterebbero il clima da caserma imperante nelle redazioni dei giornali? Su questo, il vice capo redattore non dice nulla. Dobbiamo credergli sulla parola: le principali responsabili dello stato in cui versa la stampa italiana sono le giornaliste donne. E’ appena il caso, qui, di rilevare come questa osservazione, questo neppure velato rimprovero alle giornaliste che non si ribellano per prime al sessismo dei giornali in cui lavorano corrisponda perfettamente a una vecchia modalità di colpevolizzazione delle donne che ogni giorno vediamo rifiorire. Ed è soprattutto il segno più evidente e tangibile di una non sopita misoginia, conscia o inconscia che sia poco importa. Se è consentito, ci permettiamo di dissentire e di non dar credito a questa lettura così parziale e comoda (per i giornalisti maschi).

Chiaramente abbiamo di che lamentarci e intendiamo fare alcune doverose precisazioni, giacché l’intervento in questione non è un qualsiasi parere frettoloso e un po’ banale, pur avendone tutta l’aria, come ce ne sono molti in giro nella rete; al contrario il vice capo redattore intende proporsi come voce pacata e autorevole. A ben vedere, però, il testo parla da sé ed è imbevuto di quel pervicace maschilismo che tanto piace alla maggior parte del giornalismo italiano. Eppure chi lo ha redatto aveva il dovere di rispondere per il ruolo professionale che ricopre e, invece di dileggiare le persone che hanno scritto al giornale indignate per il trattamento riservato ad Orsola Serra, avrebbe semplicemente potuto chiedere scusa (come peraltro ha fatto, con ovvi distinguo, La Nuova Sardegna a seguito delle numerose lettere di protesta). Vorremmo dargli questo suggerimento per la prossima volta: è solo un invito, per non fare brutte figure.

La nostra non è una lamentazione ma una preoccupazione e un auspicio a tornare ad un giornalismo responsabile ed etico, capace di resistere alle allusive lusinghe della spettacolarizzazione. E capace soprattutto rendere conto in primis ai soggetti nominati, che sono coscienze incarnate e meritevoli, come nel caso di Orsola Serra, di riposare in pace, considerando che l’ipotesi di costruirsi una vita le è stata ferocemente strappata.

È essenziale e salutare che le notizie riguardanti fatti di cronaca di tal rilievo vengano esposte con senso della responsabilità giacché raccontano di un femminicidio costante e orribile, che conta ad oggi, solo in Italia e solo nel 2012, 98 donne uccise da uomini.

I media hanno una enorme responsabilità culturale, sociale e politica nel raccontare fatti del genere.  Ed è a questa responsabilità che vogliamo richiamare La Nuova Sardegna. Laddove si ceda alla spettacolarizzazione ci si rende responsabili e finanche complici dell’odiosa piaga della violenza e dell’omicidio di donne per mano di uomini, poiché si fomentano quella morbosità e quella confusione emotiva che sono il terreno di coltura dove la violenza continua a nascere e a riprodursi.

8 marzo – Memoria, sostantivo femminile

7 marzo 2011

Nel breve volgersi di mezzo secolo, le esistenze delle italiane sono profondamente mutate, e con esse è mutato l’intero Paese, in un innegabile incremento di civiltà. L’acquisizione da parte delle italiane dei diritti di cittadinanza, di pari opportunità lavorative, di inalienabili libertà personali appartiene al nostro comune vivere, tanto da sembrarci “naturale”, ovvia, scontata. Il corpo sociale ha assorbito a fondo questi mutamenti, assumendoli addirittura a misura di civiltà, finendo però per cancellare la memoria di quanto c’era prima, e rimuovendo soprattutto i processi, le lotte che hanno portato le donne a cambiare così significativamente le loro (e le nostre) esistenze. Ci troviamo di fronte, infatti, ad una sorta di damnatio memoriae che investe silenziosamente e potentemente la storia e la politica delle donne, tanto da ridurre l’una e l’altra ad un silenzio che rende tutte (e tutti) più povere, più incerte.

Per questo, senza alcun intento celebrativo e lontanissime da ogni lusinga “museografica”, vogliamo ricordare alcune date salienti per la storia delle italiane. Desideriamo mettere in pratica una memoria attiva, ricordando in modo partecipe e vivo le lotte di ieri, rintracciando nelle pratiche delle donne venute prima le radici della nostra autorevolezza, l’origine di una parola politica che è ancora nostra e dalla quale vogliamo partire.

Ricordiamo il passato recente, che pure appare barbarico e remotissimo, con gli insopportabili vincoli e limiti che imponeva a chi nasceva femmina; ricordiamo il lento e inesorabile cammino di libertà compiuto dalle donne; ricordiamo il passato per non smemorarci del presente e del futuro: di questo tempo che sentiamo nostro e che vogliamo cambiare, ancora, a partire da noi stesse e dai nostri desideri.

CRONOLOGIA MINIMA

1945 Il 30 gennaio, il Consiglio dei Ministri del Governo Provvisorio presieduto da Ivanoe Bonomi approva l’estensione del voto politico alle donne. Il 1°febbraio viene emanato il relativo decreto luogotenenziale. Alcune donne sono nominate nella Consulta Nazionale. La parità  con l’uomo viene sancita dalla Costituzione Italiana

1963 Abolita l’esclusione delle donne dal lavoro negli uffici pubblici. Le donne possono ora accedere a tutte le cariche, professioni e impieghi, compresa la magistratura nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazioni di mansioni.
Cancellato il cosiddetto Ius corrigendi: ossia il diritto del marito a picchiare la moglie, che per qualche motivo, secondo la morale comune, sbagliava. 

Approvata la legge che vieta il licenziamento delle lavoratrici a causa del matrimonio.

1966 La pillola anticoncezionale arriva in farmacia, mapuò essere prescritta soltanto per motivi terapeutici
e non come antifecondativo, perché la legge considera la contraccezione “reato contro la stirpe”.

1968 L’adulterio non è più reato. Prima per le donne era prevista la carcerazione fino a due anni, mentre gli  uomini erano puniti solo se la relazione extraconiugale era conosciuta da un certo numero di persone (quindi offendeva la morale e la famiglia in pubblico).

1970 Il Parlamento approva la legge sul divorzio.

1971 Approvato il divieto di licenziamento delle madri
durante il periodo di gestazione fino al compimento di un anno del bambino.

1975 Il nuovo diritto di famiglia stabilisce la parità  tra i coniugi: stessi diritti e uguali doveri. Fino ad allora esistevano la patria potestà  maritale per cui era il marito a decidere l’indirizzo della vita familiare, tra cui la scelta del luogo di residenza.

1977 Uguali diritti, uguali salari: è approvata la legge di parità  sul lavoro

1978 L’aborto è legale: approvata la legge 194.

1981 Abolito il delitto d’onore, che prevedeva una pena limitata (da tre a sette anni) per l’omicidio di moglie, sorella o figlia commesso da un uomo “nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo e della famiglia”. Per l’omicidio del marito, invece, la moglie era condannata all’ergastolo.

1996 La violenza sessuale è riconosciuta come reato contro la persona e non più contro la morale.

Che cosa vogliono le donne dalla politica?

7 marzo 2011

Questo 8 marzo 2011 arriva con nuova energia, potenziato dalla visibilità mediatica delle recenti mobilitazioni. collettiva_femminista Sassari non condivide le modalità e le «parole d’ordine» di alcune manifestazioni: noi non vediamo lesa la nostra dignità a causa del «Sex gate»; e anzi, pensiamo che ad indignarsi dovrebbero essere soprattutto gli uomini, dal momento che è l’immagine maschile a venire più oltraggiata: ma «mentre noi ci preoccupiamo della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile», come ha scritto Anna Bravo.

Certi appelli suonano come un richiamo alle donne «per-bene», sollecitate come massa e numero, per salvare il Paese dalla catastrofe rappresentato dalle donne «per-male». Appelli che di fatto non hanno tenuto conto della politica delle donne, di quanto oggi come sempre le donne siano impegnate per costruire un mondo diverso, che risponda ai nostri bisogni e desideri; appelli pronunciati da chi – e la storia lo testimonia – non ascolta le donne che da anni scrivono / pensano / parlano; sono sordi e indifferenti e parlano del fantomatico «silenzio delle donne»; appelli provenienti dalla politica “maschile”, che da sempre esclude le donne, e chiama quella esclusione «assenza delle donne».

Anche il linguaggio è fuorviante, perché, sull’onda del malcontento generale e senza adeguata riflessione, il desiderio politico delle donne si riduce a mero strumento di consenso. Diventa un cortocircuito che passa dalla pancia per arrivare alla piazza, rischiando di restare protesta sterile senza un prosieguo; il pericolo è quello di trovare un nemico occasionale a tutti i costi, un nemico che produce certo la partecipazione di molte donne desiderose di dire la propria, pur rischiando di vanificare quella trasmissione di saperi e di pratiche femminili così preziosa per l’intero corpo sociale.

La cosa peggiore che possa ingenerarsi dal disordine simbolico di questi mesi è l’adesione ad un pensiero unico che ci rende vittime e carnefici del nostro stesso destino: nella foga di un dissenso potente ma impreciso, questi appelli hanno finito per creare una divisione fra le donne, ostracizzando le donne «per-male».

Eppure, nonostante tutto questo, moltissime donne hanno affollato le piazze del Paese, dimostrando una forte passione politica, nel senso più alto e migliore del termine.

La nostra posizione non è mai stata (e non è nemmeno ora) una prassi di separazione, ma uno sguardo differente teso al confronto e alla riflessione, ben consce come siamo di essere immerse nel mondo.

Siamo vicine alle donne scese in piazza il 13 febbraio e sentiamo che il loro desiderio di politica ci interroga e ci chiama in causa: vorremmo che ci persuadessimo, tutte insieme, che il mondo è nostro e che possiamo cambiarlo.

 

collettiva_femminista,

Sassari, 8 marzo 2011

Quale mobilitazione viene chiesta alle donne?

24 gennaio 2011

I numerosi appelli alla mobilitazione delle donne, di tutte le donne, che ascoltiamo in questi giorni risultano francamente fastidiosi e fuori luogo. Questi inviti alla partecipazione suonano come una richiesta inaccettabile, da un lato perché rifiutiamo di adeguare i tempi e i modi della nostra politica alle regole degli schieramenti partitici e dell’audience televisiva – che peraltro si somigliano sempre di più e sempre più pericolosamente; dall’altro lato, questi appelli, soprattutto da parte della politica  maschile (e maschile è in genere la politica dei partiti, anche quando le donne ne sono attrici), mettono a tema la questione della mancata e mancante partecipazione delle donne alla politica. In realtà le donne fanno politica da molti anni, e la fanno attraverso i movimenti, le associazioni, i collettivi e i comitati, e anche singolarmente. Chi riesce a prescindere dalle logiche partitiche e televisive e dalle loro spinte a mobilitazioni evidentemente strumentali, può facilmente constatare che è proprio attraverso le donne, le loro pratiche e la loro politica, che molte questioni fondamentali sono state tematizzate profondamente e acquisite dal corpo sociale. La politica delle donne, che pure si declina al plurale e si dissemina nelle vite e nelle esperienze differenti delle singole e dei gruppi, si distingue per un tratto comune, per il suo carattere relazionale, per la scelta di percorsi “dal basso” – dove “basse”, appunto, sono la vita e l’esperienza, lontanissime dalle insalubri “altitudini” dei palazzi delle istituzioni e della politica maschile.

Per questo gli appelli alla “partecipazione” sono del tutto fuori luogo: se siamo escluse dalle istituzioni, certo non siamo assenti dalla politica, che facciamo con passione e continueremo a fare nei modi e negli spazi che sono nostri, senza accettare indirizzi e suggerimenti da quante/i non leggono la scritture delle donne, non conoscono le loro riflessioni, non frequentano i luoghi della loro politica.

Rifiutiamo di farci arruolare da chi non ci conosce né ci riconosce come soggetto politico, da chi si ricorda delle donne in modo strumentale e funzionale alla politica partitica, dimenticando e forse del tutto ignorando che le donne possono essere una risorsa e una autentica forza di mutamento. Non ci riconoscono, e ci chiamano alla loro politica, agli schemi di logiche di spettacolo e di palinsesto televisivo che niente hanno a che fare con la nostra politica.

Lo squallido comportamento del Presidente del Consiglio, ultimo di una lunga e tetra serie, non è un nostro problema, vale a dire che non lo riteniamo un problema delle donne. Nel senso che, semmai, nostro è il problema della barbarie in cui siamo precipitate/i e della miseria simbolica (di linguaggio, di pensiero, di modi) che ci circonda.

Preferiamo pertanto spostare l’attenzione dall’insopportabile episodio di cui tanto si parla a tutto ciò che lo prepara e ne costituisce le premesse. È sufficiente uscire dagli angusti bordi del teleschermo per accorgersi, per esempio, che l’odioso e mortifero maschilismo di cui fa sfoggio il Presidente del Consiglio è atteggiamento condiviso e ammirato, è pensiero diffuso, è senso comune. Ed è importante constatare come ciò sia indice di una generale, drammatica incapacità di comprensione e di accoglienza dell’altro/a da sé.

Preferiamo dunque parlare del fatto che ogni giorno, in ogni momento, c’è di che restare attonite/i e scandalizzate/i, e che le situazioni generatrici di disagio e di indignazione sono pressoché quotidiane e continue. Del resto, proprio questi sono gli argomenti che molte donne discutono, che stanno loro a cuore e che ispirano le loro pratiche, in un inesausto sforzo di costruzione di autorevolezza e libertà femminile coniugate con il sogno di un mondo migliore.

Ciò detto, non ha alcun senso chiedere la mobilitazione delle donne, come non ha alcun senso che gli uomini rovescino sulle donne il groviglio della loro politica, il disordine della loro sessualità e la pochezza della loro etica.

 

collettiva_femminista Sassari

Donne e politica, pari opportunità e politica delle donne

28 agosto 2010

Donne e politica, pari opportunità e politica delle donne

di collettiva_femminista Sassari (agosto 2010)

scarica il documento pdf di collettiva_femminista Sassari

Bibliografia ragionata

1. Delle donne nella politica partitica

Sulla quasi assenza delle donne elette nel Comune e nella Provincia di Sassari, nelle ultime settimane, molte e molti sono intervenute/i nel dibattito suscitato da Antonietta Mazzette (Nuova Sardegna del 6 luglio e del 12 luglio 2010). Noi di collettiva_femminista con questo documento intendiamo contribuire alla discussione per tentare di realizzare uno spostamento rispetto a molte questioni e soluzioni fin qui proposte.

Siamo passate dalla domanda del neo assessore ginecologo Scanu «Quante sono oggi le donne che vogliono impegnarsi in politica?» (Nuova Sardegna del 13 luglio 2010), all’affermazione della Presidente Giudici secondo la quale «i partiti decidono chi ci deve rappresentare» (Nuova Sardegna del 4 agosto 2010) e di conseguenza: «occorre che le donne si dotino di quell’istinto di solidarietà che gli uomini hanno sviluppato nell’arco di decenni, in cui hanno gestito i partiti e la politica […] sarebbe più giusto fare quadrato, organizzarsi, contarsi» (Nuova Sardegna del 4 agosto 2010). Ciò significa ridurre la politica delle donne ad una mera questione di rappresentanza, tanto che le fanno eco le proposte di «[…]una scuola di partito, come si faceva prima» (G. T., lettera), oppure di un «[…] impegno politico all’interno dei partiti per chiedere con forza la democrazia paritaria» (M. A. S., lettera). Questo modo di pensare sta ad indicare una pericolosa analogia con il metodo usato dal sistema patriarcale e sessista, con l’idea di un potere da conquistare, di una spartizione alla quale si vuole partecipare senza interrogarsi sulla sua sensatezza. Insomma che le donne finalmente facciano propri i modi e le pratiche maschili, che da sempre le hanno discriminate, volgendole a loro favore. Significa imparare dagli uomini come si gestisce il potere ed i partiti, e diventare come loro.

No grazie.

La presidente Giudici avrebbe potuto spiegare il perché lei, donna, non ha avuto il coraggio di valorizzare altre donne nell’assegnazione delle deleghe, piuttosto che piegarsi alle mere logiche partitiche. Non bisogna però scordare che molte hanno provato a porre il problema della rappresentanza e pure a risolverlo, proprio con i metodi degli articoli sopra citati, ma ad oggi, possiamo dircelo, quei metodi hanno fallito. Facciamo un po’ di storia. Una trasmissione politica curata da Rossana Rossanda nel 1986 ed un inserto uscito sul Manifesto “1946-1986. Donne il voto ingrato” (26 luglio 1986), sollevarono il problema della (non) presenza delle donne nelle liste per le elezioni politiche: scandalizzava il 7% di donne elette. Pochi mesi dopo, nel 1987 la Sezione femminile dell’allora Partito Comunista Italiano presentò il documento Dalle donne la forza delle donne. Carta itinerante delle donne comuniste. Nel 1998 nasceva la sezione italiana della Emily List promossa da Giovanna Melandri che aveva come obiettivo la formazione di “quadri” per la politica. Da allora è cambiato qualcosa? No. Basta guardare gli appena insediati in Consiglio Comunale: su 40 consiglieri eletti, 3 sono consigliere; su 10 assessori, 2 sono assessore; e Consiglio Provinciale di Sassari: su 30 consiglieri, 2 sono donne; su 9 assessori, 0 donne.

Noi di collettiva_femminista, partendo da noi (e qui la prima distinzione), rifiutiamo la prospettiva emancipazionista che ci vorrebbe uguali agli uomini. Noi siamo donne che vogliono valorizzare le donne, senza voler per questo discriminare gli uomini. Non si tratta di ambire al posto degli uomini, di impostare la nostra politica nei termini di una presa del potere secondo la dialettica servo/padrone. Come donne, soggetti imprevisti nello schema maschile, non ci poniamo su questo piano, che non è e non può essere nostro e che rifiutiamo, ma intendiamo spostare la questione, affermando che può esistere un’altra politica che non coincide affatto con il potere. Noi rivendichiamo il riconoscimento fra donne e la capacità di sapersi autorizzare partendo da noi stesse, primo passo per poter realmente agire un cambiamento.

2. Assenza ed esclusione

Riteniamo che per realizzare un cambiamento sia necessario capire quali siano le ragioni culturali che portano all’autoconservazione del potere maschile ed alla sistematica esclusione del genere femminile nella vita pubblica. Analizzare dunque i meccanismi che portano al misconoscimento, o meglio, alla marginalizzazione delle donne nelle Istituzioni e ai vertici dei poteri decisionali.

Se guardiamo a uno dei padri del pensiero occidentale moderno Friedrich Hegel (Lineamenti di filosofia del diritto, 1820) quando parla di una separazione tra la «sfera pubblica dello Stato e della cittadinanza» e la «sfera privata della famiglia» il pubblico viene assegnato all’uomo e il privato alla donna: «l’uomo ha perciò la sua reale vita sostanziale nello stato, nella scienza e simili» mentre «nella famiglia […] la donna ha la sua destinazione sostanziale».

Non stupisce quindi che Carla Lonzi, massima esponente del femminismo radicale italiano, confutando il pensiero di Hegel, di Marx, di Lenin e di Freud, abbia titolato il suo libro più celebre Sputiamo su Hegel (Carla Lonzi, 1974).

Hegel è giusto l’esempio tra i più noti secondo cui la donna, evidentemente, non potendo abitare le regioni della razionalità, non può assumere su di sé alcuna pretesa speculativa e dunque nessuna autonomia. La donna è da sempre (nello stereotipo patriarcale) uterina, umorale e in effetti manchevole di qualcosa o di qualcuno che possa riabilitarla per avere dignità di parola e canalizzarne la cifra emotiva e intimistica. Non sconcerta un esito simile se si guarda alla storia del pensiero da Platone in poi: esistono ricorrenze piuttosto perniciose secondo cui vi è un unico principio dal quale tutto scaturisce per emanazione o per negazione e/o contrapposizione. La donna è dunque relegata ad un ruolo di subalternità. La relazione fra donna e uomo e fra donna e mondo, che resta asimmetrica, è governata unicamente dal principio maschile.

Il condizionamento nei confronti delle donne esiste fin dall’infanzia: le bambine e le ragazze vengono cresciute nell’idea che esista una sola cultura che è quella del neutro maschile; per dirla con Carla Lonzi «l’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano» (1974).

Certo, alle donne ora non si chiede più (non esplicitamente almeno) di pensare solo alla famiglia, agli affetti e alla casa, ma si propone loro un modello culturale emancipato, con un’uguaglianza formale con l’uomo. Si tratta però di una parità smentita dai fatti, inesistente e fallace nella sostanza; una parità di legge – sorta di foglia di fico che finisce per evidenziare ciò che vorrebbe nascondere – che sottolinea ancor di più la posizione subalterna delle donne, alle quali si riconoscono solo teoricamente gli stessi diritti e possibilità dei maschi. In realtà, nel mondo pensato e costruito a misura degli uomini gli spazi consentiti alle donne risultano del tutto marginali e inerti. Le leggi sono le stesse per uomini e per donne, l’accesso alle professioni è libero ed uguale per entrambi i generi, però, e qui ci sostiene ancora la riflessione femminista che elabora e studia da decenni quest’asimmetria, quelle leggi, di fatto, le hanno stabilite gli uomini, questa cultura (e società) è tuttora gestita quasi esclusivamente dal genere maschile.

Così nel lavoro, così nella politica, le donne sono presenti in gran numero nella base e tuttavia scompaiono man mano che si raggiungono i vertici decisionali. Noi ci chiediamo se possa una società, vista anche la sua crisi politica e morale, fare a meno di questo capitale umano. Noi crediamo di no, così come vorremmo sfatare le idee misogine che le donne stesse hanno introiettato e che a volte ascoltiamo: “le donne non votano le donne” o “la peggior nemica di una donna è un’altra donna”. No, la colpa dell’assenza è imputabile al sistema patriarcale che si autoalimenta ed esclude per sua natura le donne.

Bisogna infatti mettersi d’accordo su un altro fraintendimento culturale e distinguere finalmente fra inesistenza e esclusione. Le donne ci sono, partecipano fattivamente alla vita sociale, mandano avanti l’economia, la scuola, la famiglia, l’università. Molte donne immaginano e praticano, inoltre, un’altra politica, un’altra cultura, un altro modo di stare nel mondo. L’assenza delle donne dalla politica maschile – un’assenza peraltro puntualmente rimproverata e superficialmente stigmatizzata come forma di pigrizia o ripiegamento nel privato – è l’assenza dell’escluso «al quale è stato impedito di venire all’appuntamento della dimostrazione della sua esistenza» (L. Muraro, 2002).

E, come abbiamo letto e ascoltato in questi giorni, a contestare alle donne il loro non essere là, a palazzo, nei partiti, nei luoghi del potere, sono sovente altre donne. Tuttavia, non ci si interroga sulle ragioni di quella assenza, sui motivi che allontano ed escludono le donne dalla politica maschile, considerata politica tout court; motivi e ragioni, sia detto per inciso, che giustificano l’esistenza delle politiche pari opportunità. Non soltanto non si riflette su questa assenza, che è una immane perdita di saperi, di intelligenze, di talenti per la società tutta, ma si individuano le donne come responsabili, colpevoli addirittura del loro non esserci. Il cerchio si chiude nel segno dell’assurdo: una politica che esclude di fatto le donne e che poi le accusa della loro esclusione. Ed è significativo che a puntare il dito contro le donne che stanno altrove, lontane e tenute fuori dai palazzi e dalla gestione del potere, siano soprattutto quelli e quelle che per primi hanno aderito alle logiche dei partiti, e sono loro, di fatto, i responsabili dell’esclusione delle donne dalla politica (partitica). Lo spostamento che proponiamo ci porta altrove: occorre approfittare della differenza delle donne, una differenza che nasce da secoli di esclusione e che mostra oggi interamente la sua forza, il suo carattere spiazzante, capace forse, ce lo auguriamo, di porre rimedio alla crisi della politica maschile.


3. Pari Opportunità e costruzione dell’autorevolezza femminile

Torniamo alla domanda iniziale dell’assessore Scanu: «Quante sono oggi le donne che vogliono impegnarsi in politica?». Noi di collettiva_femminista vogliamo invece domandarci: è desiderabile da parte delle donne quel tipo di potere, che di fatto è diventato una mera politica dello scambio? È desiderabile per le donne che vincono i concorsi di medicina, magistratura, che sono le più brave a scuola, impegnarsi nella politica dello scambio? Sono coscienti o no i politici in generale, e quelli sassaresi in particolare, che laddove non esiste la cooptazione, perché esiste l’accesso in base al “titolo e merito”, le donne partecipano, eccellono negli esami e vincono i concorsi?

Innanzi tutto, segnalare considerevole il traguardo della composizione interamente femminile nelle commissioni Pari Opportunità in Comune e Provincia, come è accaduto a Sassari (da parte dell’assessore Scanu o da chi per lui), è fuorviante. Il problema su cui ci si vuole ingannare (scientemente) è infatti quello del ruolo decisionale e simbolico che un Assessore ha in merito a diverse questioni che sono quelle della valorizzazione della differenza. Le Pari Opportunità rappresentano simbolicamente un terreno in cui si sono sempre confrontate le donne e diventano dunque uno spazio necessario, seppure abitato da presupposti emancipazionisti e di parità che non condividiamo, per cominciare a parlare e discutere tra donne e scambiare esperienze e punti di vista.

Alle Pari Opportunità deve essere riconosciuta più autorevolezza evitando di cadere nel pericolo dell’esercizio di un potere vuoto e inefficace. Dal momento che le Pari Opportunità nascono come laboratori di relazioni femminili, possono essere spazi di inedite possibilità di pensiero, riflessione e pratiche politiche, proprio per la loro natura di luogo di confronto e addirittura di “sperimentazione politica”.

A Sassari invece, per le deleghe alle Pari Opportunità, sono stati scelti degli uomini: in Comune un ginecologo, che si auto-legittima in forza della sua professione, e in Provincia unesponente dell’Arma, che si schernisce e non affronta le riflessioni succitate dalla precedente delega comunale.

Non possiamo che rimarcare con energia la superficialità e la mancanza di attenzione delle amministrazioni locali rispetto alle donne di Sassari, che in questi ultimi anni hanno realizzato, come Rete delle donne e come singole associazioni, momenti di confronto e di riflessione, manifestazioni che hanno coinvolto numerose/i cittadine/i, iniziative dedicate alla violenza e alla politica. Le relazioni personali e politiche che abbiamo intessuto ci hanno consentito di realizzare un lavoro prezioso, anche con l’appoggio di alcune donne delle Istituzioni, che si sono rivelate infine sensibili, quando chiamate a collaborare, alle tematiche delle donne. Il territorio, la città intera ha mostrato un interesse e un’apertura verso la politica delle donne che, evidentemente, il Palazzo non è capace di riconoscere né, tanto meno, di intercettare e valorizzare. Di questo non solo ci rammarichiamo, ma chiediamo conto a quante/i ci amministrano senza riconoscerci come soggetti politici degni di ascolto.

Siamo stanche inoltre di vedere rubricare la “questione femminile” sotto la paternalistica voce di “tutela” e problema sociale, considerando la donna una sorta di minus habens cui non solo si manca di riconoscere la forza della differenza, ma addirittura se ne sancisce la intrinseca fragilità e debolezza; oppure, alternativamente, sotto la voce “ordine pubblico”, equiparando la “questione femminile” alla odiosa questione della violenza.

Le donne non sono un problema sociale né una questione di ordine pubblico. Siamo stanche di questi triti luoghi comuni della politica maschile, e tuttavia non ci stanchiamo di ribattere e ribadire la forza e le potenzialità delle donne, la ricchezza di un esser state altrove e di un essere diverse, non interessate ed estranee agli scambi e ai piccoli cabotaggi del potere. Una differenza che è, può e deve essere riconosciuta come una risorsa, forse l’unica ormai possibile, per compiere uno spostamento, per mutare radicalmente di segno la miseria culturale e sociale nella quale ci ha precipitate/i la politica maschile. Le donne che, come scriveva Lonzi, sono il passato oscuro del mondo (Sputiamo su Hegel, 1974), possono forse, ed è una speranza e un convincimento, contribuire nel presente, giorno per giorno, a costruire un futuro diverso e vivibile.


4. La differenza come risorsa

Come possono fare quindi le donne che si vogliono impegnare nella politica a cambiare le cose senza utilizzare i metodi della politica dello scambio?

Innanzi tutto dobbiamo imparare «[…] a non considerarci donne soltanto come corpi e relativi ruoli sessuali, e invece individui neutri nel lavoro, nello studio, nella politica. In breve a non essere donne nel privato, ed individui senza sesso nella sfera pubblica» (M. L. Boccia, Presenti, differenti. Donne nell’università e nella sfera pubblica, 2008). Per cambiare questo modo di pensare, per cambiare il mondo, occorre partire dal linguaggio, dalle parole che usiamo e che costruiscono l’impalcatura dei nostri ragionamenti. Il mondo è il linguaggio, e per agire il cambiamento si può partire da qui, dalle parole, appunto. Quindi usare il Linguaggio di genere (prezioso il lavoro svolto dalla Commissione per le Pari Opportunità del Comune di Sassari nelle scuole cittadine), perché continuare a declinare al maschile un ruolo o una professione svolti da una donna, di fatto, significa cancellare la differenza di genere. Significa negare che le donne possano svolgere ruoli o professioni tradizionalmente considerati di esclusiva pertinenza degli uomini, come per la politica. Il nominarsi come donne è fondamentale per non ricadere nel neutro universale che di fatto elimina le differenze fra i sessi e appiattisce le donne sul significante maschile.

Il linguaggio, dunque, come motore invisibile ma potentissimo di un mutamento possibile e praticabile, tutto da costruire, immaginare, pensare. Ma torniamo alla questione che ha primariamente suscitato questa nostra riflessione, vale a dire, dal punto di vista quantitativo, la scarsa presenza delle donne nelle Istituzioni e, dal punto di vista qualitativo, gli esiti piuttosto deludenti delle esperienze di queste pochissime donne dentro le Istituzioni. Crediamo fermamente che «un corpo di donna non garantisce un pensiero di donna» (Alessandra Bocchetti, Sottosopra, 1987), come afferma una voce della Libreria delle donne di Milano, che così continua «un pensiero di donna può nascere solo dalla coscienza della necessità delle altre donne. Questo pensiero è un prodotto di relazione. Se si riesce a comprendere questo tutto il resto è strategia, anche l’appartenenza ad un partito politico».

Una interessante testimonianza ce la offre una donna di partito, Fulvia Bandoli, cresciuta nella genealogia femminile di Nilde Iotti e Giglia Tedesco, nel suo Partiti, potere e impermeabilità in Potere e Politica non sono la stessa cosa (2009) un libro che, sia detto di passaggio, è stato donato dal Comitato Pari Opportunità dell’Ateneo di Sassari alle varie Istituzioni cittadine, come gesto simbolico per suscitare una riflessione in merito al potere e alla politica. Bandoli rivendica di essere stata parte attiva di un partito pur non essendolo più, e non scartando l’idea di tornarvi. Analizzando le motivazioni sottese all’inefficacia dell’azione delle donne che hanno scelto di lavorare nei partiti e nel Parlamento, sostiene che esse sono attribuibili al fatto che le donne stesse sono:

[…] entrate in quei luoghi senza le proprie relazioni e le proprie pratiche fino a trovarsi sole a dover fare i conti con l’organizzazione maschile della politica e con altre pratiche o con nessuna pratica (che è anche peggio); l’aver fatto prevalere largamente politiche rivendicative e di parità mentre nella società cresceva la libertà femminile e la politica della differenza tra i sessi. Mentre altrove il simbolico femminile si rafforzava in questi luoghi veniva spesso mortificato e questo è un dato difficilmente contestabile.

Solo valorizzando le relazioni e le differenze si produrrà un cambiamento capace di opporsi alla politica dello scambio che da sempre ha caratterizzato la politica al maschile. E ancora Bandoli, per ciò che dovranno fare le donne che hanno ancora il desiderio di appartenere a dei partiti, così continua:

[…] dovranno sciogliere alcuni nodi ineludibili: tirare una riga definitiva sulle politiche di parità, mettere in discussione le pratiche politiche (le modalità delle decisioni, delle relazioni, delle discussioni), unificare le pratiche che si hanno fuori con quelle che si adottano dentro il partito (io noto che spesso quel che diciamo o facciamo poi fatichiamo a dirlo negli stessi termini nelle sedi di partito e gli uomini politici fanno sempre parecchio affidamento sulla nostra clemenza). Faccio solo due piccoli esempi. Ho visto tante volte donne competere tra loro per decidere chi dovesse relazionare in aula su provvedimenti come la violenza sessuale e le molestie sessuali mentre è chiaro che se a relazionare fosse un uomo sarebbe finalmente più chiara la sostanza del problema. Per una volta un uomo dovrebbe almeno tentare di dire pubblicamente che la violenza sessuale è cosa che riguarda la sessualità maschile, la sua sessualità. E ancora sulle relazioni tra donne: mi sono interrogata varie volte sulla pratica della disparità ma mentre ho visto donne dentro i luoghi del femminismo riconoscere l’autorevolezza di un’altra donna, dentro un partito mi è spesso capitato di vedere prevalentemente donne difendere, a volte in modo imbarazzante, l’autorevolezza di un uomo.

Ed è proprio qui che ci troviamo davanti ad un nodo importante: la distinzione tra potere ed autorevolezza. Laddove politica equivale a potere, viene perpetrata la sistematica esclusione delle donne che non aderiscono all’ordine partitico maschile. Noi ci riconosciamo nelle radici femministe dell’autorevolezza (ben lontana dall’autoritarismo e dal decisionismo agonistico delle lottizzazioni) il potere si prende, l’autorità si riceve e viene riconosciuta da altre/i, è atto relazionale, generativo e coniugativo.

Domandiamo dunque di fermarci a riflettere cosa oggi significhi parlare della differenza intesa come relazione autentica che disconosce il principio verticistico ed egemone dell’ordine maschile. Nel pensiero della differenza si può trovare terreno fecondo per pratiche relaziona-li – tra individui risolti – che non sono tese a soppiantare e a sovrapporsi all’ordine esistente mantenendone il meccanismo invariato, ma che determinano un mutamento culturale radicale che poggia “sull’essere almeno due”: la relazione duale facilmente germoglia, da quel che viviamo e vediamo, in relazione multipla, mentre l’importante resta dare scacco matto all’io. Essere due e riconoscersi reciprocamente nella differenza, come sostiene Luce Irigaray (Amo a te, 1993), significa anzi tutto rinunciare all’omologazione, alla riduzione ad un unico soggetto possibile, quello neutro e maschile, che disconosce l’altro da sé. Concretamente significa spostarsi dall’egemonia della politica dello scambio e costruire relazioni differenti, basate sull’ascolto e sulla capacità di vedere altrove, di praticare un’altra politica. Significa chiedersi perché le donne non sono nei partiti, non sono nei palazzi, senza colpevolizzarle per la loro assenza ed essendo capaci di vederle, vederle nella loro differenza e nei loro luoghi, riconoscere le loro voci e la loro autorevolezza. Significa saper distinguere fra assenza ed esclusione delle donne dalle Istituzioni, e soprattutto significa saper imparare da quella assenza, saperla mettere a frutto, ricavarne energie e risorse per progettare un altro modo di stare nel mondo.

Come donne essere due significa anzi tutto accettare e rivendicare la nostra differenza e il nostro desiderio, mettendo a disposizione dell’altro e del corpo sociale le nostre risorse, la nostra immaginazione e le nostre pratiche politiche.

Noi di collettiva_femminista ribadiamo che la politica può essere rinnovata a patto che non si assumano le modalità maschili dell’esclusione e della sopraffazione di un genere sull’altro che per secoli l’hanno caratterizzata. Le donne vogliono e possono contribuire al rinnovamento della politica, ma per farlo devono interrogare il desiderio di quelle donne che andremo a scegliere. È possibile costituire un’autorevolezza delle donne che renda praticabile nella società la mediazione femminile che si contrappone alla politica dello scambio. Ed infatti:

C’è mediazione femminile quando una donna per la realizzazione di un suo desiderio e progetto fa appello alla parola e alla decisione di una sua simile anziché all’autorità maschile. La mediazione sessuata (femminile) sovverte le regole e le misure maschili solo se una o alcune donne, nei luoghi misti del loro agire sociale, di fronte a progetti e volontà maschili dirà: deciderò dopo aver ascoltato il parere di colei o di quelle con le quali sto lavorando e il loro parere è vincolante per me (Lia Cigarini, La politica del desiderio, 1995).


5. Rispettare la voce delle donne

Concretamente, a quante/i ci amministrano chiediamo anzi tutto di ascoltarci, di guardare alla nostra politica e di rispettare le nostre esigenze. Infatti noi abbiamo la forza politica di auto-legittimarci, ma sappiamo che il vero cambiamento culturale può avvenire solo attraverso la contaminazione di saperi e di pratiche politiche diverse. Si tratta certamente di un lungo cammino, che comincia dal riconoscimento e dal dialogo con le diverse voci interne ed esterne alle Istituzioni; un cammino che nasce e si sviluppa dalle relazioni tra donne e uomini impegnati nel cambiamento dell’attuale paradigma culturale.

La cura e la relazione garantiscono il rispetto delle differenze e possono offrire impensate risorse ed energie. Affinché ciò si realizzi, occorre che le parole delle donne, le nostre parole, vengano ascoltate e prese in considerazione. Desideriamo anzi tutto, come segno di riconoscimento e gesto inaugurale di una relazione con le Istituzioni che comunque auspichiamo, che le nostre richieste vengano valutate e accolte, a partire dalla questione delle deleghe per le Pari Opportunità.

Chiediamo pertanto che la delega alle Pari Opportunità, in Comune come in Provincia, sia separata dalle Politiche Sociali e venga invece più sensatamente e opportunamente inserita fra le Politiche del lavoro e dello sviluppo. Difatti, come più volte abbiamo sottolineato in queste pagine, le donne non sono un problema sociale, una categoria da tutelare e proteggere, ma sono al contrario una risorsa. Le donne rappresentano una parte importante e produttiva della società e la politica deve garantire loro la possibilità di sviluppare al massimo e al meglio le loro potenzialità, la loro intelligenza, la loro differenza. Ciò a vantaggio non delle donne, ma dell’intero corpo sociale, che si gioverà enormemente e sorprendentemente di quella forza sommersa e tenace che le donne rappresentano.

Chiediamo inoltre, con rinnovato vigore, che le deleghe alle Pari Opportunità vengano assegnate a donne autorevoli, a donne che sappiano ascoltare le altre donne. Ciò non implica alcuna contrapposizione rispetto agli uomini in generale e agli assessori uomini designati in particolare. Tuttavia il valore e le potenzialità che le Pari Opportunità possono offrire, proprio per il loro carattere laboratoriale e relazionale di cui si è detto poco sopra, richiedono attenzioni e competenze specifiche che gli Assessori indicati non mostrano di possedere.

Quello che ci sta a cuore è la costruzione dell’autorevolezza femminile, un passaggio strategico e vitale per la politica tutta, che non può prescindere, dal punto di vista simbolico e da quello concreto, dall’affidare alle donne la politica delle donne.

Bibliografia di riferimento:

Aa.Vv., Diotima. Potere e politica non sono la stessa cosa, Napoli, Liguori, 2009

M. L. Boccia e M. Pereira, Presenti, differenti. Donne nell’università e nella sfera pubblica, Siena, Betti Ed., 2008

Lia Cigarini, La politica del desiderio, Parma, Nuova Pratiche Editrice, 1995.

Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, Feltrinelli, Milano 1975
Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985.
Luce Irigaray, Amo a te, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
Luce Irigaray, Essere due,  Bollati Boringhieri, Torino 1994.

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta
Femminile, Milano 1974; et al./EDIZIONI, Milano 2010.
Carla Lonzi, Taci anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974; et al./EDIZIONI, Milano 2010.
Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano; Milano 1974; et al./EDIZIONI, Milano 2011.

Luisa Muraro, La maestra di Socrate e mia, in Diotima. Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori editore, Napoli 2002.

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