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Femminismo e cinema

11 luglio 2014

Sono sorprendentemente pochi i film che raccontano le vicende del femminismo “storico”, se guardiamo ai movimenti degli anni Settanta e alle labili tracce che hanno lasciato sugli schermi. Che le pratiche femministe di allora fossero “invisibili agli occhi”, compreso quello meccanico e per solito accogliente della macchina da presa, è una questione che, ancora oggi, ci interroga. Non si tratta di lamentare una assenza, o una censura dello sguardo (che forse in parte può essersi consumata), quanto piuttosto di riflettere sul rapporto fra femminismo e cinema. E’ possibile raccontare le avventurose storie del femminismo attraverso le immagini in movimento? Quello del cinema è uno sguardo sufficientemente perspicace per dire la politica delle donne senza tradurla in apparato ideologico, senza cedere alle lusinghe (narrative e di mercato) del luogo comune, del bozzetto di costume? Il cinema può restituire e mettere in circolo l’autenticità e l’intensità del femminismo? Sono domande difficili e necessarie alle quali, forse, grazie anche alle nuove tecnologie e alla nuovissima disponibilità guadagnata dai dispositivi di ripresa e di montaggio digitale, possiamo rispondere con fiducia, sorridendo ai molti schermi che, per varie vie, tentano di raccontare e raccontarci le donne, le femministe del presente.
La nostra politica, sostanziandosi di pratiche differenti e a tratti sfuggenti, indefinibili, ha bisogno di altri sguardi per dirsi, e di altri sensi; ben oltre l’occhio, il guardare – che implica uno stare fuori – le pratiche politiche delle donne sono esperienze complesse che, propriamente e in tutti i sensi, mettono in campo i corpi. Basti pensare allo scandalo delle Femen e alla dirompenza della Pussy Riot, che si muovono in uno spazio del tutto nuovo, in qualche maniera interstiziale e certamente imprevisto, al confine fra performing art e antagonismo, fra messa in scena e contrapposizione, in un corpo a corpo dove autenticità e desiderio si misurano con l’esistente, con il possibile e con l’impossibile. Ed è ad un corpo a corpo che le loro esperienze ci chiamano, un corpo a corpo senza protezioni di sorta, dove è la fragile spavalderia della nudità l’elemento spiazzante, dirompente appunto. Sottratti, ad un tempo, dalla pruderie e dalla sofisticata e spersonalizzante patina glamour cui siamo fin troppo avvezze/i, questi corpi lottano e diventano pienamente corpi politici. Sono corpi di donne che sfidano l’osceno, nel senso etimologico del termine, giacché portano in scena e mettono al centro ciò che è stato sempre, statutariamente, tenuto fuori, relegato al fuori campo, alla irrapresentabilità, vale a dire il desiderio femminile. E’ un pensiero inseparabile dal corpo, che si dà e si mostra nel suo eccesso, che pone in modo radicale e ineluttabile la sua differenza. Sarà capace il cinema, e segnatamente la nuova frontiera dell’audiovisivo, di raccontare tutto questo? I film che presentiamo, in maniere diverse, raccolgono questa sfida, rischiando di inciampare ad ogni inquadratura, ad ogni taglio di montaggio nelle trappole della spettacolarizzazione, nei tranelli del già detto, del cliché. Eppure guardiamo a loro, a questi film, con fiducia. E con fiducia guardiamo al cinema che, come il mondo, deve allargarsi smisuratamente per far spazio ed accogliere la dirompente autenticità del femminismo e dei soggetti imprevisti che lo incarnano.

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Il nostro femminismo e alcune riflessioni sull’articolo di Marina Terragni.

23 aprile 2010

L’articolo di Tamaro sul Corriere dello scorso sabato ha suscitato un vivace e interessantissimo dibattito. Molte le riflessioni e le risposte. Fra le più efficaci, oltre a quanto ha scritto Barbara Malpelli, va senz’altro segnato il contributo di Marina Terragni, che scegliendo l’ironia e l’antifrasi mostra un’altra faccia – la più vitale, gioiosa, baldanzosa addirittura- del femminismo di ieri e di oggi. Nelle parole di Terragni leggiamo la nostra idea di femminismo, riconosciamo il nostro femminismo, quello delle donne nate negli anni ’70, e dunque idealmente e generazionalmente figlie del tanto vituperato femminismo. Relazione, riconoscimento, pratica di liberazione, autocoscienza sono parole dimenticate, rimosse, escluse dal circuito dei discorsi correnti. Eppure noi partiamo da lì, è lì che riconosciamo l’avvio della nostra politica. Perché sono, e oggi più che mai, parole che ci interrogano, che ci chiamano in causa, che continuano a porre in questione le donne, il mondo, e la necessità di cambiarlo. Continuiamo a misurarci e a riflettere sull’attualità rivoluzionaria dei pensieri e delle pratiche femministe, cercando nelle esperienze delle altre donne, di quelle venute prima di noi, non le risposte, ma i pungoli per domande nuove e cogenti.
Per noi, femminismo è una parola rivoluzionaria, una pratica politica che ci autorizza a perseguire i nostri desideri, che ci spinge a immaginare e a progettare un mondo differente, perché quello imposto dal patriarcato è semplicemente invivibile. Il nostro femminismo non ha nulla a che vedere col politicamente corretto auspicato da Rodotà, non accetta l’appiattimento e la deriva assistenziale nella quale vorrebbero confinarci. Non ci accontentiamo della presunta “parità di opportunità”, facile merce di scambio fra colonizzati e colonizzatori: vogliamo immaginare e costruire un modo diverso per stare nel mondo.
Pubblichiamo l’articolo di Marina Terragni, che fra i molti meriti ha anche quello di essere un pungolo, uno sprone a non distrarci, a non cadere vittime di un vittimismo che ci viene cucito addosso, un invito a continuare a perseguire il desiderio, scandaloso e irrinunciabile, della piena e gioiosa libertà femminile.

COSTRETTE A PIAGNUCOLARE | Marina Terragni.

COSTRETTE A PIAGNUCOLARE
di Marina Terragni

La cosa importante è che il messaggio passi: è stato tutto inutile. Il femminismo ha fallito. Siamo tutte meno libere e più sole di 20 anni fa. Appena possono ci licenziano. Ci costringono alla taglia 42. Le ragazze vogliono fare le veline. Ci violentano, ci sfruttano. Non ci permettono di autofecondarci con il seme congelato di uno sconosciuto con pedigree. Neanche la libertà di affittare l’utero come capita nei paesi civili. Non ci lasciano abortire, il che, com’è noto, è la nostra passione, preferibilmente nel bagno di casa, con il bidet e tutte le comodità. Stiamo peggio qui che a Kandahar. E in menopausa rincoglioniamo, nonostante i cerotti. Siamo messe veramente male.
Andate in un convegno di donne –noi giornaliste ci invitano spesso- e provate per una volta a non piagnucolare, a non battervi il petto come delle prefiche. Provate a parlare di rivoluzione womenomics, di femminilizzazione del lavoro, della grande vitalità del mondo delle donne, di agio conquistato: per esempio questo, di poter confliggere tra donne sul più grande quotidiano italiano.
Vi guarderanno sbigottite, qualcuna comincerà a opporvi che il capo le fa il mobbing, e anche la capa, perché si sa che le donne sono tremende con le donne. E poi, attacca banda: appena possono ci licenziano, ci costringono alla taglia 42, eccetera.

Il vittimismo vende. Conquista le prime pagine. Una propaganda martellante: siamo le care vecchie vittime di sempre, anzi di più. E invece gli uomini, guardali lì, che meraviglia. Tutti in formissima. Pazienza se la recessione in America la chiamano he-cession. Pazienza se nel giro di un ventennio le nostre ragazze saranno le breadwinner, e i maschi al traino. Semmai il problema è quello, l’identità maschile che si disfa: basta essere madri di un ragazzo per averne un’idea. Pazienza se c’è stato un film come American Beauty, che dovrebbe avere definitivamente cambiato il nostro immaginario sulle relazioni tra i sessi. Le vittime siamo noi, e guai a chi ci usurpa il posto.
All’apparenza Susanna Tamaro e Maria Laura Rodotà dicono cose opposte: l’una che la parità e l’omologazione hanno ridotto la portata della libertà femminile; l’altra che il problema, semmai, sta nella difettosa emancipazione, nella parità non realizzata, nel fatto che le femministe italiane hanno perso inutilmente tempo a baloccarsi con il pensiero della differenza. E invece entrambe, a mio parere, contribuiscono vigorosamente alla propaganda di cui sopra (a noi donne è andata proprio male), si allineano e si danno man forte nel dipingere una situazione di illibertà e debolezza femminile. Offrono nuovi argomenti alla vulgata vittimistica che negli ultimi anni ha preso ad assordarci.
Non che non ci siano problemi, per carità. I problemi esistono, eccome. E il problema numero uno, come dice Luisa Muraro, esponente di punta di quel pensiero della differenza a cui Rodotà attribuisce la responsabilità principale delle nostre miserie, è l’attaccamento degli uomini al potere, inteso come “costitutivo della loro identità”. Vuole dire che senza quel potere che vogliono tutto per sé gli uomini non sanno come essere uomini, non sono capaci di stare al mondo, anche se in giro ce ne sono alcuni che, preso sconsolatamente atto della fine del patriarcato, si sono messi a esplorare altre possibilità. Ebbene, invece di tenere lo sguardo su questo, sull’indebolimento degli uomini con tutti i guai che si porta dietro, che è la cosa principale che sta capitando, e proprio in conseguenza di quel femminismo di cui molte negazioniste si impegnano a minimizzare la rilevanza, invece di parlare di questione maschile, eccoci ancora qui, con le nostre lacrime e i nostri fazzoletti ricamati.
Ma questa propaganda vittimistica e rabbiosa fa il gioco di controparte, per così dire, che in questo modo può negare il vero problema e tenere duro ancora per un po’. Ci indebolisce, è molto dis-empowering. Fa molta presa sulle più giovani, le induce ad accontentarsi di quel poco, le tiene lontane dagli orizzonti grandi: tanto non ci arriverai mai. Accontentati di quella mezz’ora concessa dall’azienda se il bambino ha la febbre, non puntare a cambiare l’organizzazione del lavoro –desiderio anche maschile-. Abortisci da sola con un paio di pillole, questa sì che è libertà, non quella di pretendere che si faccia festa per il tuo bambino. Lotta per il minimo paritario, alimentando il business milionario delle pari opportunità e delle sue professioniste, e non per stare nel mondo con pienezza da donna. Recrimina e mostrati bisognosa, così non li spaventerai. Non andare baldanzosa per la tua strada, non crearti una vita come vuoi tu, non approfittare di quelle vertiginose libertà che il desiderio ardente di altre donne -senza quote, senza parità, senza rappresentanti elette in Parlamento- ti ha fatto guadagnare.
Piangi. E dì che il femminismo non è servito a nulla.