Femminismo e cinema

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Sono sorprendentemente pochi i film che raccontano le vicende del femminismo “storico”, se guardiamo ai movimenti degli anni Settanta e alle labili tracce che hanno lasciato sugli schermi. Che le pratiche femministe di allora fossero “invisibili agli occhi”, compreso quello meccanico e per solito accogliente della macchina da presa, è una questione che, ancora oggi, ci interroga. Non si tratta di lamentare una assenza, o una censura dello sguardo (che forse in parte può essersi consumata), quanto piuttosto di riflettere sul rapporto fra femminismo e cinema. E’ possibile raccontare le avventurose storie del femminismo attraverso le immagini in movimento? Quello del cinema è uno sguardo sufficientemente perspicace per dire la politica delle donne senza tradurla in apparato ideologico, senza cedere alle lusinghe (narrative e di mercato) del luogo comune, del bozzetto di costume? Il cinema può restituire e mettere in circolo l’autenticità e l’intensità del femminismo? Sono domande difficili e necessarie alle quali, forse, grazie anche alle nuove tecnologie e alla nuovissima disponibilità guadagnata dai dispositivi di ripresa e di montaggio digitale, possiamo rispondere con fiducia, sorridendo ai molti schermi che, per varie vie, tentano di raccontare e raccontarci le donne, le femministe del presente.
La nostra politica, sostanziandosi di pratiche differenti e a tratti sfuggenti, indefinibili, ha bisogno di altri sguardi per dirsi, e di altri sensi; ben oltre l’occhio, il guardare – che implica uno stare fuori – le pratiche politiche delle donne sono esperienze complesse che, propriamente e in tutti i sensi, mettono in campo i corpi. Basti pensare allo scandalo delle Femen e alla dirompenza della Pussy Riot, che si muovono in uno spazio del tutto nuovo, in qualche maniera interstiziale e certamente imprevisto, al confine fra performing art e antagonismo, fra messa in scena e contrapposizione, in un corpo a corpo dove autenticità e desiderio si misurano con l’esistente, con il possibile e con l’impossibile. Ed è ad un corpo a corpo che le loro esperienze ci chiamano, un corpo a corpo senza protezioni di sorta, dove è la fragile spavalderia della nudità l’elemento spiazzante, dirompente appunto. Sottratti, ad un tempo, dalla pruderie e dalla sofisticata e spersonalizzante patina glamour cui siamo fin troppo avvezze/i, questi corpi lottano e diventano pienamente corpi politici. Sono corpi di donne che sfidano l’osceno, nel senso etimologico del termine, giacché portano in scena e mettono al centro ciò che è stato sempre, statutariamente, tenuto fuori, relegato al fuori campo, alla irrapresentabilità, vale a dire il desiderio femminile. E’ un pensiero inseparabile dal corpo, che si dà e si mostra nel suo eccesso, che pone in modo radicale e ineluttabile la sua differenza. Sarà capace il cinema, e segnatamente la nuova frontiera dell’audiovisivo, di raccontare tutto questo? I film che presentiamo, in maniere diverse, raccolgono questa sfida, rischiando di inciampare ad ogni inquadratura, ad ogni taglio di montaggio nelle trappole della spettacolarizzazione, nei tranelli del già detto, del cliché. Eppure guardiamo a loro, a questi film, con fiducia. E con fiducia guardiamo al cinema che, come il mondo, deve allargarsi smisuratamente per far spazio ed accogliere la dirompente autenticità del femminismo e dei soggetti imprevisti che lo incarnano.

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