Tu che mi parli tu che non mi ascolti. Riflessioni su un’assemblea

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Ho sempre creduto che la vendetta non sia solo un impeto passionale che fa digerire la collera. Oltre lo sconquasso e il collasso fisiologico c’è invece una precisa modalità attraverso cui la vendetta si compie. C’è una vendetta, per esempio, che pare inconsumabile giacché prende vita – e si organizza – solo nel pensiero. E non si tratta di un semplice prodromo alla strategia vendicativa ma un esatto modo di meditare e di stare al mondo; di farla danzare quella vendetta e di nutrirla tutti i giorni come fosse una bestiola mai addomesticabile. E poi aspettare, già soddisfatte/i tuttavia, perché nel pensiero abbiamo già inflitto e chiesto il conto. Infinite volte e in assoluta libertà. Si tratta solo di andare alla ricerca di quello spazio vischioso e gelato che è la vendetta senza posa. E improvvisamente la si riconoscerà: è proprio lei, quella familiare bestiola che si materializza all’occorrenza in un feticcio a cui sottoporre lo nostre angherie. Quando mi capita di assistere a giornate amare come queste, non posso fare a meno di notarla quella bestiola selvaggia che fa capolino da parole spietate pronunciate. A volte sussurrate perché i livori, quelli vecchi, percorrono fenditure assai oscure. Non si dicono mai per intero perché non amano la completezza, e nemmeno la trasparenza; preferiscono macerare. A quella famosa bestiola piace infatti il crogiuolo, non sa che c’è un tempo per tutto e che quando si accetta di stare nel logorio quel crogiuolo ad un certo punto diventa insopportabile perché va a male. Non posso negare che tutto ciò mi appaia nella sua delittuosità, in effetti. Cioè è come vedere mani colme di semi che, non so se distrattamente o consapevolmente, invece di posarsi su di un terreno madido e fecondo si scambiano per spazzatura e si gettano via. Questa storia del gettar via è sintomo di enorme imperizia. Soprattutto in politica, soprattutto nella politica delle donne. Bisognerebbe stabilire una volta per tutte cosa si vuol metter in scena: i propri risentimenti mai detti e mai risolti o i desideri di relazione. Tra i desideri potrebbe essercene uno efficace: mettere a frutto il conflitto avendo la capacità di dipanarlo. Soprattutto credo si debba nominare quel desiderio, sia esso mimetico o meno, ed esplicitarlo. Sostituire cioè il faticoso agonismo della vendetta con la passione politica della costruzione di un progetto. La vendetta infatti non guarda al futuro, la passione politica invece si. Almeno dovrebbe.

Sala Carla Lonzi, Casa Internazionale delle Donne di Roma. Centoventi donne sono riunite in assemblea. Tu di che UDI sei? Di nessuna, non sono tesserata. E come mai sei qui allora? Curiosità politica. Ah, allora di chi sei? Cioè da dove vieni voglio dire. La mia interlocutrice mi chiede maldestramente a chi appartengo. Perché nella cartografia politica ciò che conta è il posizionamento e io riconosco che è importante, tuttavia quella domanda mi viene posta con quel retrogusto della diffidenza e delle credenziali da pedigree che non mi sono mai piaciute, sinceramente. Come se non si avesse più la capacità di ascoltarsi e di riconoscersi in presenza. Mi pare legittimo però, dal suo punto di vista, così rispondo: mi chiamo Alessandra Pigliaru. Ah ecco, hai fatto un lungo viaggio e certo oggi non sarà un’assemblea semplice. Lo so, sono qui per questo: voglio assistere. Sai cosa? – fa lei – Il pensiero della destra ha vinto in questo paese. Vedi qualcosa di sinistra qui? Mah – replico io – non credo che il pensiero della destra abbia vinto e nemmeno che il punto sia questo, soprattutto qui. Certo qualcosa di sinistra sarebbe auspicabile ma quello a cui sto assistendo da un’ora e mezza è una miseria relazionale imbarazzante e per la politica delle donne è un fatto gravissimo; è questo ciò che mi importa e che trovo molto triste. Le relazioni stanno alla base, così come la mediazione. Vedo invece una grande confusione e un’indifferenziazione sostanzialmente neutra e ascrivibile alla logica partitica maschile. Se le relazioni non sono al centro della politica delle donne allora quel posto, quel luogo così prezioso, viene sostituito da qualcos’altro, cosa di preciso non saprei dire, come sia stato prodotto è altrettanto difficile da decretare soprattutto per chi come me non fa parte dell’UDI e non ne ha mai fatto parte. Difficile dunque ma tuttavia sono qui e ora, perché sono stata mossa da un desiderio di relazione e di politica e non posso ignorare ciò che vedo. Mentre scrivo si è cominciato a parlare di pluralismo, di femminismi e di pensiero della differenza; termini fondanti che tuttavia si sono liquidati in due secondi netti e fin troppo frettolosamente commettendo un errore sia sotto il profilo filologico che politico (soprattutto politico). Si è scelto tuttavia di aprire la relazione introduttiva riconoscendo a Se non ora quando e alla data del 13 febbraio una svolta; un punto fondamentale, tanto che gli si dà uno spazio sproporzionato rispetto agli altri termini. Un’associata in questo preciso istante si alza e restituisce la propria tessera al tavolo della presidenza perché non si riconosce in una fondazione come quella. Non c’è stata risposta alcuna. Lei si è alzata, ha preso parola e ha detto. Ma passa e va. E il silenzio nei suoi confronti è una risposta politica di imperdonabile leggerezza che tuttavia appare sintomatica. Fin troppo. Accaduto questo, dal tavolo della presidenza si procede: “Noi non meritiamo di essere la pallida imitazione di giochi maschili di potere”. Infatti. Le donne non meritano questo, meritano di avere un mondo all’altezza dei propri desideri. Meritano molto di più di finte mediazioni che non hanno nulla di sessuato ma tutto della neutralità. E che non rispettano tempi e modi di attuazione. E prima di meritarsi qualcosa si dovrebbe avvertire questo merito sapendo entrare in merito. Dicendo qualcosa di corrispondente tra il dire e il fare. Se quel merito non lo si agisce invece, si lascia il posto a quei giochi che tanto ci si affatica a disprezzare. Le donne meritano di ricordarsi che se il pluralismo deve essere condiviso e praticato non si può dichiararne l’inizio dal 13 febbraio. E soprattutto non si può affermare che senza SNOQ saremmo invisibili. Non si può dire ciò dopo anni mesi giorni e ore di politica delle donne che hanno mosso il proprio desiderio con autentica passione senza calcare la scena spettacolare. Ancora una volta mi sembra di dover constatare confusione tra scena pubblica politica e spettacolare e me ne dispiaccio. Così se è vero come è vero che le donne di SNOQ ci interrogano, che quella piazza è stata importante per molte, si deve anche saper nominare tutto il lavoro politico che non appartenendo al 13 febbraio ha scelto l’altrove e l’altrimenti come proprio terreno simbolico. Le cose non si escludono non collidono ma semplicemente vanno distinte. Qualitativamente distinte. Senza atteggiamenti rivendicativi; nella rivendicazione a oltranza guarda caso risuona sempre la vendetta, la stessa che si tiene in vita fuori tempo massimo e che politicamente produce miseria nelle relazioni e certamente tende a disfare ciò che non dovrebbe essere disfatto. La distinzione non significa separazione e contrapposizione ma al contrario possibilità e risorsa di quel pluralismo accennato e non messo in pratica. Soprattutto quando accade in uno spazio politico che ha una storia forte, salda e che necessiterebbe unione (proprio come quella che abita il suo nome) non può esserci azzeramento e neppure confusione. Bisogna piuttosto fare ordine per fare arretrare l’ipotesi delle logiche spartitorie e partitiche. Dire con forza che la politica delle donne è prima di tutto attenzione. Dire che la politica delle donne ha madri precise, ha pratiche precise, ha esigenze e territori altrettanto precisi. E assumere tutto ciò come il grande valore aggiunto. Un valore di rispetto. In quella donna che si alza e se ne va nell’indifferenza e nell’invisibilità dico che invece si assiste al fallimento della relazione, all’estraniamento di un processo politico che non muove dall’inclusione ma dall’epurazione del contraddittorio. Siccome invece sono convinta che la prima assunzione debba aderire con la capacità di mettere a tema il proprio desiderio solo dopo aver fatto pace con se stesse e siccome penso anche che la conduzione del conflitto sia l’unico antidoto a quello sdebitamento infinito che produce una rivendicazione insensata, mi sembra di non trovarmi in un’assemblea che prenda sul serio le differenze. Non ci sono abbastanza strumenti da una parte o vi è mancanza di conduzione e autorevolezza dall’altra? Certamente ho assistito ad una grande difficoltà di vedere l’altra. E, mie care tutte, chi tra donne non riesce a vedere l’altra non può neppure pensarlo uno spostamento politico, figuriamoci attuarlo. Hai espresso le tue opinioni e hai parlato molto, perché non hai preso parola pubblica? Perché non sono iscritta all’UDI. Ah, quindi non potevi nemmeno alzare la mano con la tua delega. A me non servono deleghe: io dico io e considerato il nome che porta la sala in cui ci troviamo mi pare che lo si debba ripetere forte. Insieme al fatto che prima di tutto siamo femministe.

Ringrazio tutte le donne presenti a Roma in questi giorni per il confronto e per la partecipazione perché oggi sono ancora più convinta che la storia la facciamo noi e che, come qualcuna ha ricordato, non possiamo essere prese da riserva etica temporanea ma dobbiamo avere la capacità di tenere in mano quei semi e farli germogliare. Molti frutti sono stati raccolti, non scambiamo le risorse per spazzatura. Sarebbe un delitto. E se vogliamo far parlare solo quella bestiola rancorosa dobbiamo almeno essere consce che ci porterà in regioni senza via d’uscita. Per ognuna di noi.

[Alessandra Pigliaru_ Roma 3/4 dicembre 2011]

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23 Risposte to “Tu che mi parli tu che non mi ascolti. Riflessioni su un’assemblea”

  1. gliocchidiblimunda Says:

    (la foto è stata scattata da Doriana Righini, che ringrazio, alla Casa internazionale delle donne di Roma)

  2. lucia Says:

    Grazie Alessandra. Purtroppo, dal tuo racconto, mi pare che emerga l’anima “nera” dell’Udi, che in molte hanno raccontato. Molte donne venute prima: basta leggere il libro di Marisa Ombra.
    E anche molte di noi, come Doriana Righini e Lorenza Valentini nei loro blog.
    Quando si costruisce un gruppo di donne strutturandolo con deleghe e tessere e ruoli, ci troviamo in un gruppo di donne che scelgono di autorizzarsi seguendo gli schemi della politica maschile. E così mi pare ovvio che lo spazio per la relazione non possa che essere risicato o nullo. La delusione, però, di constatarlo corrisponde a un desiderio e una speranza. La speranza che un centinaio di donne riunite insieme in una stanza riescono comunque a compiere uno spostamento, a sganciarsi da quei meccanismi. E invece no, non accade. L’ascolto non abita quelle stanze.
    Ma deve abitare e abita le nostre, e se pure non abbiamo esposto la targa con su scritto “Carla Lonzi”, abbiamo imparato ad autorizzarci da sole, e ormai sappiamo che l’ideologia non è la nostra avventura. “La mia avventura sono io”, scrive la Carla, e chi, come noi, accoglie questo spostamento simbolico, si trova immediatamente da un’altra parte rispetto a “ma tu (di) chi sei? per chi parli?”. Io dico io, appunto. E nel mio dire ci sono tutte le altre, quelle che hanno imparato ad autorizzarsi da sole, a dire una parola politica che non muove dall’appartenenza partitica o di gruppi, ma che si articola a partire da sé. Una parola che risuona nell’altra, una parola politica che che si fonda sull’ascolto della parola dell’altra, con desiderio di relazione e di autenticità.

  3. Paola Zaretti Says:

    Grazie per queste profonde riflessioni che condivido e che fanno parte del patrimonio di pensiero di discussione delle donne di Oikos-bios (Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere Antiviolenza) di Padova.

  4. Doriana Says:

    Grazie ad Alessandra per “inchiodare” tutte noi alle nostre responsabilità…
    p.s. Lucia, mi sa che la targa dedicata a Carla Lonzi è stata fisicamente spostata ed ora, all’ingresso, compare unaltra scritta”sala congressi”.

  5. giuliaortu Says:

    Grazie ad Alessandra per questa riflessione che ci permette di interrogare alcuni nodi della politica di difficile soluzione. Nodi che spesso divengono strozzamenti nella politica delle donne. Questo è argomento che mi accalora perché ne vedo l’irrimediabile perdita e le tristi conseguenze in termini di sfilacciamento di pensiero e di efficacia politica. Una perdita collettiva dunque. Mi riferisco a quelle posizioni di dissonanza che non sfociano in aperto conflitto, senza esplicitarlo né nominandolo, compromettendo così anche la possibilità di poterlo chiarire e dipanare, e compromettendo la possibilità di cambiamento (cit. Ale: «Tra i desideri potrebbe essercene uno efficace: mettere a frutto il conflitto avendo la capacità di dipanarlo. Soprattutto credo si debba nominare quel desiderio, sia esso mimetico o meno, ed esplicitarlo. Sostituire cioè il faticoso agonismo della vendetta con la passione politica della costruzione di un progetto»). Avverto tutta la gravità di questo passaggio e intravedo (anche perché tristemente già viste) le conseguenze che esso comporta. Quante volte una “dissonanza” si è trasformata in silente guerra e indifferenza tra due che condividevano uno stesso percorso o disegno politico? “Due” che a volte sta a rappresentare anche parti di un gruppo che divengono improvvisamente opposte. Quando l’esplicitazione del conflitto avviene è avvilente tuttavia assistere alle parole dette che si ostinano tra le pieghe della miseria personale, nel senso più minuto del termine. Triste capire che si è perso l’orientamento e che si sono smarrite quelle coordinate determinate dai desideri condivisisi. Ecco, forse sta qui lo s-nodo: a fronte della «miseria relazionale imbarazzante», e dunque della mancanza di strumenti, bisognerebbe ricordarsi che «le relazioni stanno alla base, così come la mediazione». Non solo per noi stesse, ma in qualità di responsabili dell’impegno politico assunto collettivamente. Più chiaramente dico che non possiamo permetterci di creare fratture insolvibili nelle relazioni politiche tra donne. Oppure dobbiamo assumercene la responsabilità in maniera chiara, esplicitando le motivazioni e dichiarando il mutato posizionamento, a partire da sé e per non rimanere ferme lì (cit!).

  6. Ivana P. Says:

    Cara Ale, sono molto combattuta nei confronti dell’UDI. Silvia Neonato, quando Lucia presentò il suo libro (http://www.edizioniets.com/Scheda.asp?N=9788846724540) ci disse che dovevam esser grate per tutto quanto fatto da loro nel corso degli anni 50, fino al secondo femminismo insomma. Sotto certi aspetti da un certo punto in poi, ma anche ora, mi paiono antistoriche (nel senso che non hanno colto Il Soggetto Imprevisto). Mi rendo conto della durezza di quanto scrivo, ma trovo le donne UDI “di regime”, troppo aderenti alla politica maschile e paritaria. E SNOQ è un movimento che fin troppo bene a mio avviso le rappresenta.

    • Simona Trabucco Says:

      Ivana stai parlando della “nuova ” Udi, giusto? Di quella che si é insediata sabato, spero. io mi ci sono avvicinata 2 anni fa e non ho avuto nessuna sensazione di “regime” , anzi. Quello che invece ho visto sabato prima di abbandonare la mia tessera sulla sedia ed andarmene è stato atteggiamento fascista, antidemocratico e arrogante. E quello trovo anche in snoq. infatti non a caso si sta facendo in modo che le due cose confluiscano insieme, l’Udi manovrata da snoq… per avere visibilità! Ma pensa te! VERGOGNA, ripeto solo VERGOGNA a quelle donne che hanno avuto la faccia tosta di avvivare a leggere un manifest di propoaganda di snoq facendolo passare come resoconto dei “lavori del coordinamento”. Che schifo che ho provato, una sensazione di vergogna per loro e di scippo per me, la mia tessera svuotata e un’aula piena di donne brutte dentro e imbruttite fuori

  7. giuliaortu Says:

    Perché le rappresentanti dell’UDI hanno affermato che «senza SNOQ saremmo invisibili»? Sarebbe davvero interessante capire perché la nonna, a cui siamo molto grate (ma con un “tempo congruo di riconoscenza” come direbbe Alessandra) abbia delegato alla nipotina in fasce una responsabilità (nel senso di peso e di levatura) francamente eccessiva, che, oltretutto, inchioda il movimento SNOQ più che valorizzarlo.

  8. Doriana Says:

    io, però, sono (ancora oggi) una donna iscritta all’udi e di certo non sono donna di regime. quindi il discorso non è così semplice come pensa Ivana. è certo che dobbiamo ringraziare le donne dell’udi , basta leggere ed informarsi di quanto hanno fatto per tutte fino ai primi anni ottanta (nella mia realtà locale poi sono state una salvezza, in senso letterale, per molte donne). ma dobbiamo anche ringraziare l’udi per quello che ha fatto negli ultimi dieci anni almeno; per aver dichiarato pubblicamente di non “aderire” al 13 febbraio suscitando scandalo e indignazione da aprte di molte, e per aver motivato questa scelta. in realtà i motivi per i quali c’è, ancora oggi, da ringraziare l’udi sono tanti e penso che , comunque, Alessandra sia voluta essere presente perchè ne ha afferrato il senso e le possibili implicazioni…bon, un saluto a tutte.

  9. Ivana P. Says:

    Scusami Doriana, non è che io conosca benissimo l’UDi degli ultimi dieci anni, a parte i ringraziamenti, per la raccolta fondi dell’urna che pure qui a Sassari abbiamo ospitato (contro la violenza sulle donne). Ma quelle dell’UDI sono femministe? Non è una domanda provocatoria, credimi, ma mi chiedo se ora lo siano, perché di certo non erano tali negli anni 70.

  10. Doriana Says:

    mi pare che oggi ci sia chiami un pò tutte, indistintamente, femministe. e mi riferisco alle tante che leggo online e non solo che mi pare siano tutto fuorchè femministe. oggi va di moda appropriarsi del termine o denigrarlo, senza alcuna riflessione di partenza. certo negli anni settanta le donne dell’udi dichiaravano apertamente la differenza tra la loro pratica politica e quella femminista, a questo proposito c’è un bel documento scritto da vania chiurlotto, che tu non conoscerai senz’altro visto che è dell’udi. per il resto francamente ti rimanderei ad una serie di documenti che testimoniano l’attività dell’udi e la sua pratica politica, ma a parte il fatto che dovresti aver voglia e curiosità di leggere, mi pare che in questo momento il sito dell’udi non sia online (probabilmente “ci stanno lavorando”…..).

  11. Doriana Says:

    http://udichesiamo.wordpress.com/documenti/strani-soggetti-di-vania-chiurlotto/ per curiosità

  12. Marta Pilliu Says:

    Letto. Che interessante riflessione.
    La mia impressione è che abbiano semplicemente introiettato fin troppo profondamente il meccanismo della delega (spesso si delega anche il libero pensiero) e il sistema verticistico dei partiti politici contemporanei: un vertice, unico luogo di potere ed elaborazione, e una base che delega… Attende risposte dal vertice, indicazioni se non ordini; la base quando ha un’opinione difficilmente la esprime senza chiedere il permesso o senza l’approvazione di “capi”, se non nel silenzio della propria mente o con interlocutori “allineati”. Movimenti, partiti, associazioni e simili dovrebbero tutelare gli interessi e i diritti di chi pretendono di rappresentare, non collezionare tesserati per sentirsi “potenti” e influenti. Se non elaborano su indicazione di chi rappresentano – tesserati o meno – non hanno ragione di esistere.
    La Pigliaru non interessava in quanto Alessandra Pigliaru e le sue esperienze, è stata trattata come “cane sciolto”… e i “cani sciolti” non piacciono ai sistemi verticistici. Sono diventate nell’UDI ciò che, nella teoria, tentano di combattere e ribaltare?

    In conclusione spero che ci si batta costantemente contro questo genere di sistema esclusivista.

    Complimenti per il vostro lavoro 🙂

  13. gliocchidiblimunda Says:

    Sono stata all’assemblea Udi perché, come dice Doriana, ho desiderato esserci; sapevo che sarebbe stata un’occasione importante che mi avrebbe interrogata e la curiosità politica di conoscere e ascoltare le donne che ne fanno parte mi ha risolta definitivamente. Le giornate trascorse sono state istruttive, molto. E nonostante io non sia iscritta all’Udi sono stata lì perché ho pensato si sarebbe trattato di un incontro decisivo. L’Udi ha uno statuto ben preciso e appartiene ad una storia forte e complessa che ha conosciuto delle svolte; chiamiamole anche delle evoluzioni ma io direi degli spostamenti politici: penso a quella del 1982 che ha determinato l’abbandono della struttura verticistica dell’associazione. All’Udi appartengono diverse anime e il femminismo è una di queste: fondante e importante soprattutto quando si è trattato di interlocuzioni (fortemente volute seppur conflittuali) negli anni Settanta e la messa a tema di diversi linguaggi. A parte lo straordinario lavoro di archivio e documentazione che hanno sempre portato avanti (eviterei di elencare le numerose battaglie essenziali nei singoli territori), in questi ultimi dieci anni (grazie principalmente al lavoro di Pina Nuzzo) ci sono state delle aperture e dei riconoscimenti importanti. Oltre ad un progetto politico teso all’inclusione e alla collaborazione con diverse realtà nei territori. Mi viene in mente l’esempio più recente della scuola politica di cui si può leggere il resoconto qui: http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=279:roma-16-18-settembre&catid=86:incontri&Itemid=289
    Nessuna sigla di partito dunque ma un forte desiderio . Pur tuttavia in una grande associazione come UDI si verificano cose che accadono anche in realtà più piccole. Per esempio quelle che hanno caratterizzato l’ultimo congresso a ottobre tenutosi a Bologna ( i documenti a tal riguardo così come le mozioni e le riflessioni sono presenti nel blog http://www.udichesiamo.wordpress.com)e che poi è stato concluso appunto a Roma (anche qui, dai numerosi interventi del blog sopracitato, per avere un’idea di come si sia svolto il tutto rimando al resoconto http://udichesiamo.wordpress.com/2011/12/05/assemblea-udi-34-dicembre-2011/): perdere di vista la relazione e la mediazione. Credo che da ciò che ho scritto non si avverta un giudizio di valore; infatti ho esordito in quel modo proprio perché con certezza stavo assistendo ad un processo che affondava le proprie radici in conflitti mai risolti e maldestramente trattati. Ciò che mi premeva e che preme a tutte quelle che come noi si occupano di politica delle donne è appunto la relazione; e il valore della mediazione mi pare fondante. Sul conflitto aggiungerei che in casi come questi sarebbe auspicabile se ne parlasse apertamente e lo si potesse includere all’interno della stessa pratica politica, farne un fatto politico da dipanare per evitare lo stallo e il disordine di un progetto politico come quello dell’Udi che merita attenzione e soprattutto capacità di conduzione. Ho poi sottolineato l’invisibilità citata per quanto riguarda snoq mettendola a confronto con quella della donna che si alzava e abbandonava l’assemblea perché mi pare dirimente; così come mi pare dirimente non scompaginare le tessere di una storia che appartiene a tutte noi e entro cui ognuna ha diritto di parola e soprattutto di ascolto e confronto.
    Detto ciò, penso anche che questi due giorni mi abbiano dato la possibilità di chiarire a me stessa diversi punti ( o s-nodi, come li chiama precisamente Giuliana) che prescindono dall’occasione e che mi interrogano profondamente conscia come sono di aver scelto la strada più lunga. E consapevole come sono che spesso sono proprio le miserie relazionali, e le repliche che di queste facciamo senza neppure accorgercene, a diventare macigni. Che poi vanno a costituire errori politici di imperdonabile leggerezza e imperizia.
    Grazie a tutte per l’intenso dibattito (e a Paola Zaretti benvenuta!)
    Alessandra*

  14. Ivana P. Says:

    Probabilmente non ho letto gli ultimi  20/30 anni perché il tipo di politica dell’UDI, vicina ai partiti, non mi è mai interessata. Ma se una si riconosce nelle parole di Carla Lonzi, capirai che la politica dell’UDI è lontana anni luce. Ho letto con passione e affetto la storia degli albori dell’UDI, ma a parte il rispetto e l’interesse per un gruppo storico di donne, e specifico donne, vedo che tutt’ora son legate alla politica che colloco troppo vicina ai partiti (il report di Ale è dirimente a riguardo) molto lontano da ciò che a me (il partire da me…) interessa. 
    Parlo ad esempio del riconoscimento da parte di una del direttivo(?) che senza SNOQ le donne sarebbero state invisibili, insomma, mi chiedo dove sia stata questa qui in tutti questi anni. Poi c’è indubbiamente dentro UDI anche un gruppo di donne che non ha bisogno del riconoscimento del PD o della TV per non sentirsi invisibile, ma sono in netta minoranza e comunque (a mio avviso) dovrebbero stare altrove, ma questa è la mia idea e lascia il tempo che trova. 
    Il tuo post mi è parso un tantino piccato, forse ne stai facendo una questione personale o di mancanza di rispetto nei confronti di UDI.  Inoltre, il mio chiedere se sono/siete (?) femministe non è una provocazione, ma una domanda legittima. Negli incontri che abbiamo avuto con altri gruppi di donne del territorio, o quando siamo andate a parlare con SNOQ (qui a SS l’UDI non c’è), hanno tenuto a specificare che loro non erano femministe, che anzi, esserlo è ghettizzante.

    Per quanto riguarda i documenti che mi hai indicato li leggerò e vedrò con piacere. Grazie.

  15. Doriana Says:

    no ivana, se ti riferisci a me, la mia risposta non era affatto piccata o quantomeno non intendeva esserla, ma ovviamente ne faccio una questione personale-politica perchè lo è.
    la tua domanda è più che legittima e penso che -come sempre- alessandra si sia espressa decisamente meglio di me. non sono stata diretta nella risposta perchè ritengo di dover parlare solamente per me : io sono femminista, e sono nell’udi, MA credo che all’interno dell’udi (che conta più di 3000 associate) non ci siano solo le femministe o ci siano donne che pur definendosi tali non lo sono. in tutta sincerità non ho mai fatto questa domanda alle donne che incontro nelle riunioni nazionali , mi basta sapere quello che vedo e mi è bastato-fin’ora- partecipare ad attività che condividevo, nella consapevolezza che l’udi accoglie tutte le donne. mi sono iscritta all’udi due anni fa esattamente per uno spostamente che è avvenuto negli ultimi anni e cioè la sua dichiarazione di autonomia dai partiti, rivendicata e messa in pratica, cosa che non è piaciuta a molte ma, a molte altre come me, si.
    rispetto al rapporto con snoq ritengo purtroppo che tutto vada ricondotto al desiderio di potere, non esplicitato nei termini corretti, di alcune donne ed al contrario credo che siano queste donne – che hanno bisogno del riconoscimento del pd o della tv- a dover stare altrove, non quella che tu definisci la minoranza. (il doc di vania l’ho messo solamente perchè c’è una parte che mi fa sorridere e secondo me farà sorridere anche alessandra “[…]Noi facevamo analisi sociopolitiche
    Loro facevano autocoscienza

    Noi cercavamo il consenso
    Loro facevano scandalo

    Noi eravamo nazional-popolari
    Loro guardavano agli States

    Noi filavamo faticosi processi
    Loro erano qui e ora

    Noi parlavamo di politica
    Loro parlavano di sessualità […]) grazie a te

  16. Anna Anolfo Says:

    Ho letto con molto interesse l’intervento di Alessandra che apprezzo e stimo per la sua lucidità.
    Mi lascia interdetta invece l’affermazione di Ivana quando dice che negli incontri con SNOQ, due o tre mi pare, si sarebbe detto che Non siamo femministe. Io non ho mai sentito nessuna di SNOQ fare questa dichiarazione. Il gruppo che sta continuando a vedersi e discutere é composto da femministe storiche, almeno per eta’, come Loredana Rosenkranz, Carmen Anolfo, Francesca Dettoto, me e altre. Stiamo faticosamente riprendendo le fila di un discorso, forse solo momentaneamente interrotto, con giovanni donne che si sono avvicinate al comitato. Sarebbe meglio “agire il conflitto” piuttosto che emettere sentenze.
    Mi scuso, non posso scrivere per ordine del medico visto che sono in ospedale per una grave infiammazione all’occhio a seguito di un intervento. Spero ci siano presto occasioni di confronto.
    Un abbraccio e un grazie ad Alessandra

  17. Ivana P. Says:

    Cara Anna mi riferisco ad alcune di noi donne 2005 che più volte hanno affermato la distanza da noi sulla parola femministe, ma non è un problema, anche se dispiace. Mi riferisco ad alcuni degli interventi a teatro l’8 marzo che ribadivano il non essere femministe e la loro distanza dal femminismo. Chiaramente non a te, che più volte ti sei detta femminista. Ma sappiamo benissimo quali siano le nostre differenze su “se non ora quando”, prova ne sia quando tu ci invitasti ad andarcene. Cosa assolutamente politica, ne sono certa, non relativa alla mia o di qualche altra persona. Abbiamo delle differenze che io stessa ho espresso durante quella riunione drammatica per 8 marzo (la seconda). Sai benissimo cosa tante di snoq pensano delle femministe (certo, la posizione di collettiva non deve aver agevolato), non nascondiamocelo. 
    Spero tu non legga queste parole come polemica con te o con snoq, il non sentirsi femministe non è una colpa (e non parlo di te), è un posizionamento che rispetto, anche se non condivido quando si fa politica delle donne. 

  18. Simona Trabucco Says:

    Ivana, Udi degli ultimi 20-30 anni vicina ai partiti? Forse io ho visto un’altra Udi, di sicuro quella di Pina Nuzzo è stata ben lontana dai partiti! Non ho ben chiaro qual’è il punto dei tuoi interventi, mi sembrano basati su assunti falsi e volutamente falsificati. L’UDI si è staccata dal PCI nell’82 e da allora, fino all’adesione a snoq, che non è un partito ma rappresenta ed è spinta e sostenuta una ben precisa ideologia politica e quindi non è un’entità libera ed autentica, non è stata nei o con i partiti. Mi sembra che inteventi come i tuoi siano fatti solo per far pedere tempo a leggerli e rispondere.

  19. Ivana P. Says:

    Simona, sì, evidentemente hai avuto modo di intravedere un’altra UDI, buon pro. È sempre un piacere legger donne come te. Saluti

  20. cicita Says:

    che bel dibattito! io sono iscritta all’UDI da due anni e mi sono iscritta proprio perchè nella pratica politica di questi ultimi anni era ben chiara la distinzione e l’ AUTONOMIA dai partiti. Con questo non voglio dire che io sono Apartitica ma solo che la politica delle DONNE va fatta dalle DONNE e con le DONNE. Questo significa fare ed agire partendo da un “se” consapevole ed autorevole aldilà del riconoscimento,vogliamo chiamarlo ufficiale!?………….. sono sempre stata e sto con le donne al dilà dei riconoscimenti che,proprio per questo,non sono mai arrivati e forse non arriveranno cosi come pure la visibilità che non arriverà neppure con snq.
    Le donne che tirano le fila del movimento di snq le ho viste e le conosco…………molte di loro fanno politica”di genere!”all’interno dei partiti,sindacati,associazioni seguendone gli schemi e/o adeguandosi a tali schemi. non mi stupisce che continuino a stare dove sono anche perchè, nulla è loro concesso,se rifiutano di schierarsi e “appartenere”a questa o quella parte -questa o quella mozione – maggioranza o minoranza……….anzi qualcuna avrà sicuramente pensato di usare snq proprio per far valere in altre sedi il peso delle……..DONNE.
    Seguendo una logica che ho sempre rifiutato e sempre continuerò a rifiutare cosi come hanno fatto in questi ultimi anni molte ,tante donne UDI che ho conosciuto a partire da Pina,Milena,Silvana,Roberta,Ilaria,Silvana,Cristina,Simona,Rita, e tante altre che non sto a nominare ma se le volete conoscere andate a vedere i documenti prodotti negli ultimi anni,al momento sono ancora nel sito spero prorio che ci rimangano a lungo.Dove erano e cosa facevano le donne di snq durante la campagna 50e50,durante la campagna Immaggini Amiche,durante il percorso della Staffetta…..! Molte di loro non hanno partecipato e anzi hanno contribuito a rendere invisibile il lavoro fatto da migliaia di donne nelle centinaia di piazze in tutta italia,ricordate le pagine dei quotidiani,Unità per citarne uno,sul SILENZIO DELLE DONNE!?
    Cara Simona… sapessi quante volte mi hanno chiesto di chi sei? ricordo un episodio particolare :1982 pieno svolgimento delle fasi congressuali della CGIL,in cui si apriva il discorso delle QUOTE FEMMINILI, dopo fatto il mio intervento su problemi attinenti il lavoro ebbi a chiudere con…..”credo di essere troppo pesante per essere messa come fiore all’occhiello”.Peso circa 70 KG ed ero molto incinta!!!!!!!!!!! il pensiero di fare da fiore all’occhiello non mi ha mai abbandonato.
    un abbraccio a tutte
    franca mandis

  21. giuliaortu Says:

    Grazie a tutte per lo scambio e le riflessioni preziose e un grazie particolare a Simona che nel mio immaginario si è sovrapposta alla ministra che, di fronte alla delegazione rappresentante solo un genere, si alza e se ne va.
    Gesto di rottura, simbolicamente forte e che mi interroga però in termini di efficacia, in quanto lascia dietro sé il silenzio del vuoto che si viene a creare. Se infatti il gesto della ministra ha prodotto un risalto mediatico, e forse ha fatto riflettere chi non si era mai stupito di una delegazione solo maschile, quello della delegata UDI ha portato una perdita in termini di scambio, di pensiero e di forza all’interno della dinamica politica tra posizioni differenti. Evidentemente si è raggiunto un livello tale di insopportabilità che si è agito anche istintivamente, non lo metto in dubbio, però continuo a non vederne l’efficacia. Perché non rimanere lì e con altre simili fare fronte comune di opposizione?
    Al di là del caso specifico volevo solo soffermarmi su questo punto e riflettere quale sia la soglia di tollerabilità/tossicità umana e politica, oltre che la misura, che determina la presenza o l’assenza in un tavolo di discussione politica.

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