Il nostro femminismo e alcune riflessioni sull’articolo di Marina Terragni.

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L’articolo di Tamaro sul Corriere dello scorso sabato ha suscitato un vivace e interessantissimo dibattito. Molte le riflessioni e le risposte. Fra le più efficaci, oltre a quanto ha scritto Barbara Malpelli, va senz’altro segnato il contributo di Marina Terragni, che scegliendo l’ironia e l’antifrasi mostra un’altra faccia – la più vitale, gioiosa, baldanzosa addirittura- del femminismo di ieri e di oggi. Nelle parole di Terragni leggiamo la nostra idea di femminismo, riconosciamo il nostro femminismo, quello delle donne nate negli anni ’70, e dunque idealmente e generazionalmente figlie del tanto vituperato femminismo. Relazione, riconoscimento, pratica di liberazione, autocoscienza sono parole dimenticate, rimosse, escluse dal circuito dei discorsi correnti. Eppure noi partiamo da lì, è lì che riconosciamo l’avvio della nostra politica. Perché sono, e oggi più che mai, parole che ci interrogano, che ci chiamano in causa, che continuano a porre in questione le donne, il mondo, e la necessità di cambiarlo. Continuiamo a misurarci e a riflettere sull’attualità rivoluzionaria dei pensieri e delle pratiche femministe, cercando nelle esperienze delle altre donne, di quelle venute prima di noi, non le risposte, ma i pungoli per domande nuove e cogenti.
Per noi, femminismo è una parola rivoluzionaria, una pratica politica che ci autorizza a perseguire i nostri desideri, che ci spinge a immaginare e a progettare un mondo differente, perché quello imposto dal patriarcato è semplicemente invivibile. Il nostro femminismo non ha nulla a che vedere col politicamente corretto auspicato da Rodotà, non accetta l’appiattimento e la deriva assistenziale nella quale vorrebbero confinarci. Non ci accontentiamo della presunta “parità di opportunità”, facile merce di scambio fra colonizzati e colonizzatori: vogliamo immaginare e costruire un modo diverso per stare nel mondo.
Pubblichiamo l’articolo di Marina Terragni, che fra i molti meriti ha anche quello di essere un pungolo, uno sprone a non distrarci, a non cadere vittime di un vittimismo che ci viene cucito addosso, un invito a continuare a perseguire il desiderio, scandaloso e irrinunciabile, della piena e gioiosa libertà femminile.

COSTRETTE A PIAGNUCOLARE | Marina Terragni.

COSTRETTE A PIAGNUCOLARE
di Marina Terragni

La cosa importante è che il messaggio passi: è stato tutto inutile. Il femminismo ha fallito. Siamo tutte meno libere e più sole di 20 anni fa. Appena possono ci licenziano. Ci costringono alla taglia 42. Le ragazze vogliono fare le veline. Ci violentano, ci sfruttano. Non ci permettono di autofecondarci con il seme congelato di uno sconosciuto con pedigree. Neanche la libertà di affittare l’utero come capita nei paesi civili. Non ci lasciano abortire, il che, com’è noto, è la nostra passione, preferibilmente nel bagno di casa, con il bidet e tutte le comodità. Stiamo peggio qui che a Kandahar. E in menopausa rincoglioniamo, nonostante i cerotti. Siamo messe veramente male.
Andate in un convegno di donne –noi giornaliste ci invitano spesso- e provate per una volta a non piagnucolare, a non battervi il petto come delle prefiche. Provate a parlare di rivoluzione womenomics, di femminilizzazione del lavoro, della grande vitalità del mondo delle donne, di agio conquistato: per esempio questo, di poter confliggere tra donne sul più grande quotidiano italiano.
Vi guarderanno sbigottite, qualcuna comincerà a opporvi che il capo le fa il mobbing, e anche la capa, perché si sa che le donne sono tremende con le donne. E poi, attacca banda: appena possono ci licenziano, ci costringono alla taglia 42, eccetera.

Il vittimismo vende. Conquista le prime pagine. Una propaganda martellante: siamo le care vecchie vittime di sempre, anzi di più. E invece gli uomini, guardali lì, che meraviglia. Tutti in formissima. Pazienza se la recessione in America la chiamano he-cession. Pazienza se nel giro di un ventennio le nostre ragazze saranno le breadwinner, e i maschi al traino. Semmai il problema è quello, l’identità maschile che si disfa: basta essere madri di un ragazzo per averne un’idea. Pazienza se c’è stato un film come American Beauty, che dovrebbe avere definitivamente cambiato il nostro immaginario sulle relazioni tra i sessi. Le vittime siamo noi, e guai a chi ci usurpa il posto.
All’apparenza Susanna Tamaro e Maria Laura Rodotà dicono cose opposte: l’una che la parità e l’omologazione hanno ridotto la portata della libertà femminile; l’altra che il problema, semmai, sta nella difettosa emancipazione, nella parità non realizzata, nel fatto che le femministe italiane hanno perso inutilmente tempo a baloccarsi con il pensiero della differenza. E invece entrambe, a mio parere, contribuiscono vigorosamente alla propaganda di cui sopra (a noi donne è andata proprio male), si allineano e si danno man forte nel dipingere una situazione di illibertà e debolezza femminile. Offrono nuovi argomenti alla vulgata vittimistica che negli ultimi anni ha preso ad assordarci.
Non che non ci siano problemi, per carità. I problemi esistono, eccome. E il problema numero uno, come dice Luisa Muraro, esponente di punta di quel pensiero della differenza a cui Rodotà attribuisce la responsabilità principale delle nostre miserie, è l’attaccamento degli uomini al potere, inteso come “costitutivo della loro identità”. Vuole dire che senza quel potere che vogliono tutto per sé gli uomini non sanno come essere uomini, non sono capaci di stare al mondo, anche se in giro ce ne sono alcuni che, preso sconsolatamente atto della fine del patriarcato, si sono messi a esplorare altre possibilità. Ebbene, invece di tenere lo sguardo su questo, sull’indebolimento degli uomini con tutti i guai che si porta dietro, che è la cosa principale che sta capitando, e proprio in conseguenza di quel femminismo di cui molte negazioniste si impegnano a minimizzare la rilevanza, invece di parlare di questione maschile, eccoci ancora qui, con le nostre lacrime e i nostri fazzoletti ricamati.
Ma questa propaganda vittimistica e rabbiosa fa il gioco di controparte, per così dire, che in questo modo può negare il vero problema e tenere duro ancora per un po’. Ci indebolisce, è molto dis-empowering. Fa molta presa sulle più giovani, le induce ad accontentarsi di quel poco, le tiene lontane dagli orizzonti grandi: tanto non ci arriverai mai. Accontentati di quella mezz’ora concessa dall’azienda se il bambino ha la febbre, non puntare a cambiare l’organizzazione del lavoro –desiderio anche maschile-. Abortisci da sola con un paio di pillole, questa sì che è libertà, non quella di pretendere che si faccia festa per il tuo bambino. Lotta per il minimo paritario, alimentando il business milionario delle pari opportunità e delle sue professioniste, e non per stare nel mondo con pienezza da donna. Recrimina e mostrati bisognosa, così non li spaventerai. Non andare baldanzosa per la tua strada, non crearti una vita come vuoi tu, non approfittare di quelle vertiginose libertà che il desiderio ardente di altre donne -senza quote, senza parità, senza rappresentanti elette in Parlamento- ti ha fatto guadagnare.
Piangi. E dì che il femminismo non è servito a nulla.

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Una Risposta to “Il nostro femminismo e alcune riflessioni sull’articolo di Marina Terragni.”

  1. gianmarco lorenzi scarpe Says:

    I do like the manner in which you have presented this challenge plus it really does offer us a lot of fodder for thought. Nonetheless, through just what I have observed, I simply hope as other feed-back pile on that people remain on issue and in no way start on a soap box regarding some other news du jour. Still, thank you for this outstanding point and although I can not go along with the idea in totality, I respect your viewpoint.

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