Sui Monologhi della vagina di Eve Ensler per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

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Sui Monologhi della vagina di Eve Ensler
per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Sassari, 24 novembre 2008
di Monica Farnetti

“Chi mai potrà misurare – si chiedeva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé – il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?”. La domanda, che va dritta al cuore di un’intera cultura e fulmineamente ne mette a nudo le contraddizioni e le ipocrisie, si ripropone intatta oggi, stasera, fra noi che stiamo per assistere alla lettura scenica di un testo, I monologhi della vagina di Eve Ensler, il quale come pochi altri al mondo sa interpellarci sulle ragioni del corpo femminile, la sua intelligenza, la sua bellezza, la sua inaudita capacità di riempire di sé la scena letteraria.
Questo testo è una rivoluzione e lo sappiamo. Non a caso da dieci anni incanta le platee di ogni Paese mentre viene recitato – gratuitamente – dalle attrici più impegnate e più famose che ne hanno fatto la loro bandiera, e mentre viene applaudito da un innumerevole pubblico di donne (e di uomini) che evidentemente vi riconoscono qualcosa di irrinunciabile.

Se ci chiediamo che cosa fa di esso un testo così dirompente, un’occasione così importante, un momento di riflessione e di emozione così intensa e potente io rispondo: “semplicemente” (ma di tutto si tratta fuorché di semplicità) il corpo. Proprio quel qualcosa, quel soggetto, che per venticinque secoli di letteratura è rimasto fuori dal linguaggio. L’indicibile, l’inattingibile, l’irriducibile per eccellenza alla parola, che dall’espressione verbale deborda e la fa esplodere perché in essa, così com’è, il corpo è “troppo” (troppo grande, troppo vivo, troppo misterioso, troppo impensabile, troppo scandaloso, troppo splendente, troppo dolente, troppo appassionato, troppo intransigente, troppo tutto) – il corpo insomma è “troppo corpo” e non ci sta.
Per giunta corpo femminile, fatto di segreti pesantissimi, di piaceri intensissimi, di realtà in un modo o nell’altro sempre e assolutamente sconvolgenti che lo hanno reso incommensurabile anche rispetto alla parola più sapiente.
Infine corpo che, senza falsi pudori, ostenta fin dal titolo, come sua trionfante parte per il tutto, nientemeno che la vagina: il suo più grande e intimo mistero, il segno flagrante della sua differenza, della sua onnipotenza e della sua trascendenza, ma altresì il luogo non solo simbolico attraverso cui dagli stessi venticinque secoli di cui sopra tale corpo subisce violenza.
I monologhi della vagina sono infatti un testo allo stesso tempo gaudioso e terribile, che mentre canta e ride e dice per come umanamente si può dire la gioia di essere corpo, di essere donna, di essere vagina, dice anche e piange e ci fa piangere sulla violenza subita, nei confronti della quale esso costruisce – era l’intenzione dell’autrice e ha fatto centro – “una barriera di consapevolezza e di orgoglio”. Un testo che, proprio mentre sdogana la vagina come parola, la nomina e la libera come meravigliosa realtà, che è tutt’una con la vita e con quel modo pieno e partecipato di viverla che chiamiamo politica.
Cosicché ancora una volta assistiamo all’evento provvidenziale della letteratura che presta le sue parole alla politica, della letteratura che nominando le cose le fa essere e le fa vere, e che con la sua miracolosa leggerezza riesce a far passare e circolare nel mondo ciò che terribilmente pesa sul cuore delle persone e sul silenzio dei secoli: ciò che, se non fosse per lei, sprofonderebbe nel baratro dell’impensabile, dell’intoccabile, dell’invivibile.
La letteratura dunque, che grazie ancora a Virginia Woolf ha aperto il Novecento con la grande invenzione del “monologo interiore”, lo chiude, grazie a Eve Ensler, con una sorta di riproposizione esasperata di quello stesso concetto: con quell’altra grande invenzione, voglio dire, che sono i “monologhi della vagina”, i quali quanto a intimità, profondità, segretezza e interiorità non temono – ne converrete con me – nessun confronto.

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